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Il pane della tradizione e la fertilitŕ

di Giorgio Valdès
La figura a sinistra, tratta dalla pubblicazione sui pani della tradizione della Illisso, si riferisce a “su Càbude di Thiesi”, un pane rituale che secondo l’Angius (Vittorio Angius, Cagliari, 11 giugno 1797 – Torino, 19 marzo 1862) veniva preparato per l’anno nuovo e si usava spezzarlo sul capo del figlio maschio. Per la figlia femmina se ne confezionava invece uno del tutto simile, di forma rotonda, chiamato “affesta”. Quest’ultimo termine, secondo Salvatore Dedola, non ha niente a che vedere con la “festa” ma ha una derivazione accadica che si riferisce al “capo” e può equipararsi a una corona da porre sul capo della donna o della figlia che va sposa, secondo un rituale simile a quello israeliano.
La figura a destra ritrae invece un altro tipo di “càbude”, questa volta confezionato a Mores e ripreso dal libro dello stesso Dedola “I pani della Sardegna”. A proposito di questo pane l’autore richiama una tradizione orale, secondo la quale erano di vario nome e di vario tipo quelli spezzati dal “pater-familias” sulla testa della figlia sposa, del figlio maggiore e di altri familiari o addirittura sulla testa dei dipendenti (servi).
Ma “su càbude”, prosegue Dedola, “fu usato non solo per essere frantumato sulla testa ma pure per essere appeso nell’ovile, oltre che per essere sbriciolato nel campo o nell’ovile medesimo, quale gesto di buon auspicio per i futuri raccolti o per le future figlianze. Questo è un atto che ricorda l’antico sgozzamento sacrificale”.
Dall’insieme di queste premesse può desumersi che i riti bene auguranti che si svolgevano utilizzando questo tipologia di pane, fossero in ogni caso connessi ai concetti di fertilità e di fecondità.
Per altro verso, la forma di “su càbude” è straordinariamente somigliante alle steli centrali delle tombe dei giganti di tipo dolmeico, come quella di “Coddu Ecchiu” ad Arzachena, riportata al centro dell’immagine e tale similitudine, piuttosto evidente, conferma la mia ipotesi che questo elemento litico volesse rappresentare schematicamente l’apparato genitale femminile, composto da “rotondo dell’utero”, “fascia utero-vaginale” e “vestibolo della vagina”.
Ipotizzo infine che, in periodo nuragico, di fronte all’esedra delle tombe dei giganti si svolgessero cerimonie beneauguranti legate alla procreazione o addirittura si mimasse l’accoppiamento , come lascia supporre il frequente ritrovamento di piccoli betili in prossimità di questi monumenti, unito alla ridottissima dimensione del portello inferiore della stele, che non poteva avere nessuna funzione pratica ma esclusivamente simbolica.

 

 

 

 

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