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Il miles cornutus di Senorbė e su carrabusu

di Giorgio Valdès

Nel corso della recente visita di Nurnet a Senorbì, abbiamo potuto ammirare, tra i tanti reperti custoditi nel museo “Sa Domu Nosta”, anche alcuni piccolissimi monili rinvenuti nel territorio, di fattura (o di scuola) egizia, analoghi ai tantissimi altri trovati in altre parti dell’isola, che spesso riproducevano uno scarabeo con incisioni geroglifiche (o altri tipi di scrittura) sul ventre.
Gli stessi scarabei, questa volta in forma reale, abbondano sull’”acropoli” di Monte Luna, sito archeologico che abbiamo potuto conoscere e apprezzare, grazie alle eccellenti descrizioni della dottoressa Frau, direttrice del museo.
Dico questo perché, qualche tempo fa mi domandavo quale utilizzo o che significato attribuire agli elmi dalle lunghe corna, simili ad antenne di coleottero, che compaiono in alcuni bronzetti di guerrieri nuragici, tra cui in particolate il “miles cornutus” di Senorbì; anche perché dubito che “attrezzi” così ingombranti avessero un utilizzo pratico, sia nei combattimenti corpo a corpo, sia nell’eventualità che il guerriero che lo cingeva dovesse addentrarsi nei boschi, esponendosi facilmente al rischio d’impigliarsi tra i rami.
E’ quindi più logico attribuire alle corna un significato simbolico, mentre il bronzetto, nel suo insieme, somiglia davvero a uno scarabeo, o meglio ancora a quello che in sardo si è soliti chiamare “carrabusu”.
A questo proposito vorrei osservare che secondo la ricercatrice Maria Paola Vera Mossi, l’origine del termine “scarabeo” sembra derivare da “un'antica voce mediterranea, successivamente passata, con modificazioni, nelle antiche lingue indoeuropee”: dal greco karabos, al latino scarabaeu(m), al termine italiano scarabeo.
Per altro verso, è interessante richiamare la valenza sacrale attribuita allo scarabeo dagli antichi egizi, che identificavano con il sole mattutino quest’infaticabile animaletto perennemente impegnato a far rotolare davanti a se una pallottola di escrementi, chiamandolo Kheper o Khepri.
Il richiamo alla divinità solare è presente oltretutto in diversi “scarabei” sardi, che portano inciso il nome criptato di Amon Ra, di cui il Kheper era una manifestazione, e tale circostanza non deve sorprendere, essendo noti i contatti intrattenuti tra la Sardegna e l’Egitto sin dai tempi più remoti.
Si può quindi ragionevolmente ipotizzare che l’”antica voce mediterranea”, di cui parla la Mossi, avesse avuto origine proprio nella nostra regione, atteso tra l’altro che a suo giudizio “pur conservata nel greco, la voce in origine greca non è”.
A sostegno di tale assunto, ipotizzo che i nostri progenitori avessero esattamente compreso il reale significato del Kheper egizio, attribuendo scientemente allo stercorario nostrano il nome di “carrabusu”, parola scindibile nei termini geroglifici Ka (spirito), Ra (sole) e Bs, ideogramma o determinativo del dio Bes, (o Bisu), a sua volta “forma popolare del dio solare” (Betrò – Geroglifici).
In definitiva ipotizzo che con la dizione “carrabusu” si volesse indicare lo spirito del sole o il sole mattutino (il kheper egizio), dio creatore capace di rigenerarsi giorno dopo giorno.
E’ quindi altrettanto probabile che l’elmo dei guerrieri shardana, che nel bronzetto di Senorbì presenta corna straordinariamente lunghe, volesse raffigurare proprio il sole del mattino; e a questo proposito sono significative alcune immagini che affiancano ai bronzetti del “miles cornutus” e di un altro guerriero shardana, alcune rappresentazioni parietali egizie del dio solare Khepri.
 

 

 

 

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