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Identitŕ dimenticate

di Giorgio Valdès

Mi è capitato di rileggere un articolo di Francesco Casula, pubblicato qualche anno fa sulle pagine della Nuova Sardegna, in cui lo storico sardo trattava in particolare della “feniciomania” contrapposta al diffuso e datato disinteresse nei confronti della civiltà nuragica ma anche di altri periodi storico/identitari come quello giudicale. In questi giorni, la “riesumazione” da un letargo durato quarant’anni delle statue di Monte Prama ha rialimentato il dibattito sulla loro datazione e sull’“ipotesi” di una cultura autoctona precedente a quella fenicio-punica. C’è anche chi ha pensato bene di salvare “capra e cavoli”, ventilando una coesistenza pacifica di lunga tradizione tra “sardi residenti” e fenici. Considerazione che rafforza ancor più l’attualità dei concetti espressi da Francesco Casula, che così scriveva: “Se qualcuno si prendesse la briga di analizzare dei testi di storia - specie quelli scolastici - scoprirebbe che della Sardegna non c’è traccia. Della Sardegna dei Sardi, intendo. Certo, si parla dei Fenici e Cartaginesi che la colonizzano; dei Romani e dei Bizantini che la dominano; degli Spagnoli e dei Piemontesi che fanno incetta delle sue risorse, riducendola a una provincia periferica e marginale. Ma la Sardegna nuragica? Cancellata. La Biblioteca del Quotidiano "La Repubblica" nel 2005 ha pubblicato e diffuso a migliaia di copie un volume di 800 pagine sulla preistoria nel quale nuraghi e Sardegna non vengono citati, neppure per errore. E i quattro regni giudicali che governano la Sardegna per circa 400 anni (quello arborense addirittura 600)? Scomparsi, espunti, sacrificati sull’altare della Xenomania e dell’eurocentrismo. Da cui - ma è solo un esempio - è accecato certo Gustavo Jourdan, uomo d'affari francese, che, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, in "l’Ile de Sardaigne" (1861) parla della Sardegna "rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi". O l’inglese Donald Harden, archeologo, filologo e storiografo di fama, che dopo aver visitato molte contrade della Sardegna, agli inizi del Novecento, tra gli anni ’20 e '30, espresse giudizi poco lusinghieri sulla tradizionale cultura del popolo sardo che lo aveva ospitato. Ma la Xenomania è dura a morire. È di questi giorni la notizia che nascerà in Sardegna il "Parco dei Fenici". Il progetto sarebbe già stato finanziato con una prima tranche di 800 mila euro dal Ministero dei beni culturali e coinvolgerebbe non solo la Provincia di Oristano ma anche quella del Medio campidano. Bene. Ma cosa c’entrano i Fenici con Nuraghe Losa, Paulilatino e il compendio archeologico di Santa Cristina, Fordongianus e Laconi: tutte località e siti che dovrebbero essere comprese nel progetto "Phoenix"? Bisognerebbe rilanciare le sottoscrizioni su Facebook per "Su mare de Aristanis no est fenitzu", ha scritto un firmatario, non servirà forse a far cambiare idea a chi è deciso a svendere la nostra storia, ma almeno facciamoci sentire.

 

 

 

 

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