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Civiltā o inciviltā?

di Giorgio Valdès

A volte noi nurnettiani appassionati, pecchiamo di “sardocentrismo”, con una certa tendenza a infervorarci quando i commenti che appaiono sulla rete divergono dalle nostre personali convinzioni o anche quando, nel nostro intimo, tratteniamo un moto di delusione se il parere difforme proviene da una fonte autorevole.
Uno degli scopi della nostra Fondazione è tuttavia quello di indagare le nostre origini e perciò non si può prescindere dalla pluralità dell’informazione, e dalle riflessioni critiche ma serene che devono conseguirne, specie quando le opinioni altrui non collimano con le nostre.
In tal senso ho ritenuto interessante riportare, qui di seguito, un brano tratto da un’intervista sul “Dizionario Storico Sardo”, che Francesco Cesare Casula aveva rilasciato nel 2002 a Silvia Vivanet e alcune considerazioni di Giovanni Lilliu che ho rinvenuto alla pagina 99 dell’anteprima della guida “L’orma del Dio: introduzione alla Sardegna” di Franco Fresi (2006).
Il professor Casula si domandava perché i sardi non fossero mai riusciti a gestire la loro terra, proponendo una serie di motivazioni che si compendiano in un “quadro di disunione” di antichissime origini: ”Nel mio Dizionario” egli afferma “faccio risalire questo stato al periodo nuragico. Per capire meglio, ecco una parte della ‘voce’ riguardante la cosiddetta ‘civiltà nuragica’: Espressione più ideale che reale con cui la storiografia sarda tradizionale denota il periodo preistorico o protostorico (...) che va da circa il 1500 al 238 a.Cr., caratterizzato dalle costruzioni megalitiche chiamate ‘nuraghi’ di chiara finalità militare, e dai ‘bronzetti’ di significato sacrale. Io critico l’espressione ‘civiltà’ in quanto il periodo nuragico manca di prodotti finalizzati al gusto estetico (...) mentre è qualificato soprattutto da migliaia di fortezze (...). Questi nuraghi denunciano uno stato continuo di guerra guerreggiata, di circa mille anni, fra contadini delle pianure, fra pescatori dei mari interni, fra pastori delle montagne, fra contadini e pastori degli altipiani per la conquista di prati e di terre più fertili, per l’accaparramento di acque d’irrigazione e di stagni, per l’acquisizione di miniere di selce, di ossidiana e poi di rame, ecc. Dall’esame del periodo emerge un quadro di disunione e di conflittualità delle genti sarde che non solo non può chiamarsi ‘civiltà’, ma che spiega l’impossibilità dei Sardi di darsi un’unitarietà statuale indigena e giustifica l’esito delle dominazioni straniere, nonché la situazione socio-politica della Sardegna moderna e contemporanea”.
Nella Guida di Fresi sono invece riportate, come accennato, le seguenti riflessioni di Giovanni Lilliu: “Nell’età del Rame le frontiere della ‘civiltà’ si allargarono. La Sicilia e il Sud dell’Italia, durante il Neolitico, erano state l’estremo limite occidentale della ‘civiltà’. Ora il lievito del progresso giunse sino alle ‘Colonne d’Ercole’: alle terre dei Barbari, al mondo della magia primordiale, dei ‘tabù’ pittografici, delle società segrete a sfondo erotico sessuale. Ora la cultura dell’Oriente conquista l’incultura dell’Occidente”.
 

 

 

 

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