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Teorie archeoastronomiche, no grazie. Prego, se lo dice lei…

 Di Mlqrt Re

“Le teorie archeoastronomiche non funzionano!” Così ci ha detto uno degli archeologi della conservatoria del museo di Carnac in piena Bretagna, patria di enormi megaliti e del numero più alto di menhir allineati mai visto al mondo. Agli studiosi della conservatoria non piacciono nemmeno le parole “menhir” e soprattutto “dolmen” coniate dai fanta-archeologi filo Celtici dell’800, almeno da quanto si evince dai loro scritti e dai loro libretti così tanto venduti alla “Maison des Mègalithes”, lo splendido book shop del sito archeologico di Carnac. Per molti di loro, i cosiddetti Menhir (nome antico bretone che significa pietra lunga mentre Dolmen significa pietra orizzontale ma nella lingua celtica della Cornovaglia), non sono altro che pietre: grandi, pesanti ma pur sempre pietre.


In rappresentanza di Nurnet abbiamo proposto loro una conferenza, in un luogo da destinarsi (possibilmente in Sardegna), nella quale discorrere dei menhir e dei dolmen di tutta Europa (e altrove) e del comune patrimonio megalitico, con l'intento di ispirare una comparazione importante tra queste culture che dal paleolitico fino all’epoca del bronzo (in molti casi)spostavano e issavano incredibili megaliti. Poco prima di approcciarci al simpatico archeologo avevamo avuto modo di assistere ad una sua conferenza all’interno del museo. Da sardo abituato alle contumelie, non solo degli archeologi ma da parte di tutto il mondo culturale italiano, relativamente allo stato dei beni archeologici e monumentali, mi è sembrato perfino normale sentire anche le loro lamentele. Elenco alcune di queste: “Non si studia abbastanza, abbiamo un patrimonio archeologico enorme eppure non sappiamo quasi nulla di esso; non c’è abbastanza interesse da parte del Paese per il paesaggio megalitico; gli inglesi e i tedeschi sono molto più avanti di noi e studiano di più; dobbiamo ringraziare le culture che ci hanno lasciato questi incredibili monumenti ma soprattutto renderci conto che coloro che li hanno edificati venivano dall’esterno, da luoghi lontani dal nostro territorio.”


Non nascondo che per un attimo mi sono sentito a casa e che tra il serio e il faceto avrei voluto gridare: “li abbiamo costruiti noi sardi , e poi siamo passati ai nuraghes, ad una civiltà megalitica ancora più evoluta.” Ma sono sicuro che mi avrebbe lanciato addosso la stele in pietra scolpita nel neolitico che aveva alla sua sinistra e così mi sono imposto di non aprire bocca anche perché il mio francese è decisamente impresentabile. Non così quello di Elena che con la sua consueta e sardissima “facci manna” (faccia tosta), appena avuta l’occasione, gli ha chiesto se conoscesse i nostri monumenti preistorici, i nostri dolmen, i nostri menhir, le Tdg, i Nuraghes e se lui e i suoi colleghi del museo fossero interessati ad una conferenza comparativa magari in terra di Sardegna.
Del pozzo di Santa Cristina invece non aveva mai sentito parlare, gliene abbiamo parlato noi ed è stata quella l’occasione per esprimere il suo disprezzo per le teorie archeo-astronomiche che imperversano un po’ in tutta Europa. Tuttavia, inutile negare che a sentire la sola parola “Sardegna”, gli si è illuminato il viso e addolcito il sorriso. “Noi siamo più che altro interessati allo studio del paesaggio megalitico” ha risposto. “ Le vostre Tombe dei Giganti sono meravigliose e si prestano perfettamente allo studio proprio perché in Sardegna il paesaggio megalitico appare immutato o mutato solo sensibilmente rispetto allo stato originale dei luoghi. Qui in Bretagna purtroppo non è così, non più.”


Bisogna considerare il fatto che i primi scavi archeologici eseguiti scientificamente e come si deve (per quanto all’epoca ci si trovasse agli albori della disciplina) in quel di Carnac, si ebbero nella metà dell’800 e che già nei primi anni del ‘900 gli incredibili allineamenti di Menhirs erano già sfruttati turisticamente. Bambine e bambini sotto i dieci anni, accoglievano turisti provenienti da tutto il mondo nei siti e raccontavano loro inaudite leggende: “i menhir grandi e grossi furono sollevati da antichissime popolazioni in onore di personalità decedute molto ricche, quelli più piccoli in onore di personalità decedute più povere.”


In realtà le leggende sono tante, ma l’unica verità è che da secoli gli abitanti della Bretagna erano abituati a celebrare in mezzo ai megaliti tutte le loro cerimonie principali, dai matrimoni ai funerali, dai battesimi alle investiture dei loro druidi e spesso anche i riti della fertilità si festeggiavano allegramente in mezzo a quelle gigantesche pietre. Oggi, per via del fatto che proprio il sito di Kermario è stato recintato dallo Stato e sottratto al contatto umano, il malcontento serpeggia.


Ora, dicono gli archeologi, tutte queste storie leggendarie non aiutano a capire il segreto di quei megaliti e dei loro edificatori nemmeno per un attimo, eppure, forse per molti versi potrebbero avere ragione loro.
Ciò che è a rischio è certamente il paesaggio, modificato totalmente dagli intraprendenti imprenditori francesi e da dubbie scelte logistiche-urbanistiche. Non ultima un maestoso torrino dell’acquedotto in cemento armato alto oltre 20 mt all’interno del sito sacro ove sorge il tumulo di Kerkado (che si mostra nella foto) riportato alla luce nel 1863 e restaurato nel 1925 dal famosissimo archeologo Zaccaria Le Rousic, il Giovanni Lilliu della Bretagna ma nato 50 anni prima.


Noi di Nurnet l’invito agli archeologi Bretoni di Carnac lo abbiamo presentato. Siamo sicuri che qui in Sardegna loro potranno compiere studi importanti. Noi forse dovremmo imparare da loro come si fa turismo archeologico ad alti livelli. I monumenti megalitici sono stati edificati a partire dal 6000 a.C e sono molto diffusi oltre che in Irlanda, Inghilterra e Francia, in Spagna, Italia, Sardegna, Algeria e in altre aree del Mediterraneo, parlarne in Sardegna in un confronto pubblico internazionale tra studiosi e appassionati sarebbe il massimo per i curiosi di quelle antiche civiltà che hanno mostrato, e tutt'ora mostrano, a noi europei di oggi d'avere in comune molto più di quello che comunemente si pensa.

 

 

 

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