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Ma quante belle statue, madama Doré

di Giorgio Valdès
Sabatino Moscati così scriveva nel suo libro “L’Arte dei Fenici”, edito nell’anno 1990: “L’irradiazione a largo raggio dei Fenici, con la costituzione di colonie ad Occidente, ha posto più volte il problema del rapporto tra madrepatria e le colonie, considerate queste ultime sia per sé sia per le aree geografiche in cui s’inquadrano…..Talora l’omogeneità tra madrepatria e colonie si individua in opere realizzate in materiale diverso, nelle quali peraltro è comune l’ispirazione di una stessa iconografia….Casi di omogeneità si determinano e sono assai significativi, non solo tra opere realizzate in materiali diversi ma anche tra opere di diverso genere artigianale; e qui si può escludere in alcuni casi l’importazione, perché vi sono generi prodotti sul luogo. Un esempio significativo è quello della statua virile incedente in calcare proveniente da Tiro e datata all’VIII secolo a.C. Essa ricompare con la stessa iconografia in Occidente nella statua dello Stagnone di Marsala e insieme a rilievo in una stele di Mozia. Il prevalere dell’iconografia su materiali diversi, è indizio di un artigianato di alto livello e sarà considerato in seguito come “cultura d’immagine”.
Non mi soffermo sull’appropriatezza o meno del termine “colonia” limitandomi a citare, ancora una volta, il curatore del museo di Beirut, Dimitri Baramki, il quale afferma che i fenici avevano appreso la tecnica della navigazione d’altura solo dopo la fusione dei Popoli del Mare, invasori del loro territorio.
Ma anche la “presunta” colonizzazione fenicia delle fasce costiere più pregiate della Sardegna lascia piuttosto perplessi, poiché si pone in antitesi con l’esistenza di un esercito isolano che si presume fosse particolarmente numeroso e organizzato, al punto che ancora nell’VIII secolo si dice fosse riuscito a respingere, se non addirittura a sterminare, le truppe condotte dal generale cartaginese Malco, composte da ben 80 mila uomini.
In ogni caso al di là del fatto che i fenici fossero giunti in Sardegna come colonizzatori o ipotizzare un ritorno alla patria d’origine dei nipoti o pronipoti di quel contingente dei Popoli del Mare originario della Sardegna, non vi è dubbio che le due statue di personaggi scolpite su altrettanti pilastri della necropoli di Sulky, analoghe a quella rinvenuta nella fenicia Tiro e nello Stagnone di Marsala, non siano ovviamente d’importazione; ed essendo state inoltre scoperte in tempi relativamente recenti, possono considerarsi conferma postuma alle affermazioni di Moscati.
In merito alle statue di Sulky, alle raffigurazioni parietali e al corredo funebre di contorno, Paolo Bernardini aveva osservato che “architettura, pittura, iconografia e ritualità suggeriscono il riferimento costante alla tradizione culturale egiziana la quale è certamente ripresa per sottolineare il rango sociale e politico del defunto”.
A ciò si aggiunge un commento di Piero Bartoloni il quale, sempre a proposito della necropoli di Sulky, così si esprimeva:“ Come spiegare le bende che avvolgevano il capo di uno dei defunti, quasi fosse una mummia? Mai visto prima. Forse era un’usanza diffusa anche se non era stata mai trovata traccia, in quei riti e superstizioni ‘egittizzanti’ che erano molto diffusi tra fenici e punici”.
Mi domando tuttavia per quale ragione i fenicio-punici, per sottolineare il rango sociale di un loro concittadino avessero deciso di rappresentarlo con le fattezze di un personaggio egiziano, accompagnato da un corredo funebre tipico della cultura nilotica.
Come non mi è ugualmente chiaro perché il professor Bernardini, a proposito dei ritrovamenti di Sulky, abbia affermato che “si tratta di un modo più profondo di vivere e concepire la ‘memoria d’Egitto’, legato in modo intimo alla celebrazione del prestigio e della dignità sociale degli uomini ‘potenti’ che governano le città della Fenicia d’Occidente”.
Se a ciò si aggiunge che i Fenici avevano a suo tempo disseminato, lungo il loro percorso mediterraneo, statue tipiche della civiltà egizia, non credo sia azzardato ipotizzare che essendo discendenti da quei Popoli del Mare e direi da quegli Shardana che avevano intrattenuto con l’Egitto, nel bene e nel male, lunghi e frequenti rapporti, ne avessero ereditato anche la “cultura d’immagine”.
 

 

 

 

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