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La Civiltā Nuragica in soffitta

di Giorgio Valdès
Ci sono opportunità importanti che spesso finiscono nell’oblio. Alla fine dell’Agosto del 2011 sulla Nuova Sardegna era apparso un articolo di Francesco Bellu -nel quale si ventilava la possibilità di far diventare l’intero nuragico “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”-, che riporto integralmente qui di seguito insieme alle premesse, poiché lo ritengo sintomatico del tiepido interesse che storicamente hanno sempre riscosso l’età nuragica e le sue sterminate testimonianze, a fronte dell’attenzione, sicuramente maggiore, attribuita al periodo fenicio-punico.
Queste le premesse:
Il piano per far diventare tutti i nuraghi della Sardegna patrimonio Unesco non era di competenza dell'assessorato ai Beni Culturali. Tra i cassetti degli uffici di viale Trieste a Cagliari pare non risulti nulla. “Era un progetto vecchio”- spiega l'assessore regionale -, “che non era gestito dai nostri uffici. Mi sto comunque informando per capire che cosa possa essere successo”. In compenso spunta fuori dal cilindro una nuova candidatura: via i nuraghi, arrivano Pula e Nora, ovvero le due città fenicie di Nora e Bithia”.
Ed ecco l’articolo:
Sembra che l'iter sia a buon punto, lo stesso Assessore ne avrebbe parlato pochi giorni fa con il direttore generale del Ministero. Il problema però a questo punto diventa ingombrante: se la ‘questione nuraghi’ non dipende dall'assessorato ai Beni Culturali, allora da chi dovrebbe dipendere? “La Regione ha le mani legate” - risponde l’Assessore – “è il Ministero che ha voce in capitolo sulle procedure di protocollo Unesco”. Già, i protocolli dell'organizzazione delle Nazioni Unite sono una sorta di bestia nera: arrivare ad avere il ‘bollino di qualità’ e fregiarsi del titolo di ‘Patrimonio dell'Umanità’ è una strada indubbiamente tortuosa e impegnativa ma che, una volta conclusa positivamente, ha delle ricadute positive sia in termini di tutela che di immagine in senso lato. Il rammarico che per il progetto della rete dei nuraghi non sia stato fatto abbastanza è palpabile, soprattutto interpellando gli addetti ai lavori. Alberto Moravetti, docente di Preistoria e protostoria della Sardegna dell'Università di Sassari è schietto e pratico su tutta questa vicenda: “Parliamoci chiaro, inserire tutti gli 8mila nuraghi in una rete e renderli Patrimonio Unesco, è una cosa impossibile. Questo perché non tutti hanno la monumentalità e l'ottimo stato di conservazione di Barumini, Orroli o Santu Antine, per fare qualche esempio. Molti sono ridotti a poche pietre, o peggio in ricoveri per animali difficili da raggiungere. Insomma sarebbe un'impresa complicata. Ciò non toglie - continua - che la Regione, se aveva in mano questo progetto, avrebbe dovuto portarlo avanti sino in fondo. Insomma, non può ‘chiudere bottega’ e dire ‘non è colpa nostra’. L'impressione è che l'assessorato ai Beni Culturali non sia interessato a questo tipo di cose”. Poi ovviamente ci sono anche altre questioni: le tombe dei giganti, i templi a pozzo, i villaggi come Serra e Orrios (Dorgali) o il complesso di Romanzesu (Bitti), che sono altre espressioni importanti della civiltà nuragica dove vanno a finire? La lista si allungherebbe all'infinito. "Per questo", spiega ancora Moravetti, “è necessario fare una programmazione seria con gli archeologi e le Soprintendenze regionali. Se non si interloquisce con chi è del mestiere e con gli uffici periferici del Ministero, questo lavoro è come se fosse fatto a metà”. Tutto era cominciato nel 2008 quando Manuel Guido, funzionario Unesco, aveva ipotizzato la possibilità di creare una rete tra i nuraghi e inserire tutti nel World Heritage Found, cioè il Patrimonio mondiale dell'Umanità. In quei giorni la Regione insieme alla Soprintendenza di Cagliari e Oristano stava lavorando sulle carte che avrebbero poi portato al riconoscimento di ‘Su Nuraxi’ di Barumini, ma il rappresentante Unesco aveva definito «limitante» il fatto che il marchio fosse dato solo a Barumini e aveva proposto invece di allargarlo all'intera ‘civiltà dei nuraghi’. Era stato data anche una scadenza per chiudere la procedura, ma poi tutto era finito nel dimenticatoio. Un destino simile era capitato anche alla necropoli di Tuvixeddu che di lì a pochi anni avrebbe dovuto combattere la sua lotta di sopravvivenza contro il cemento della pianificazione edilizia. In quel caso era stato preparato un progetto dettagliato da parte di Piero Bartoloni, docente di archeologia fenicio-punica dell'Università di Sassari e dall'architetto Tatiana Kirova. Tutto finito nei cassetti non più riaperti di viale Trieste. Solo qualche mese fa un dirigente della Regione, senza alcuna richiesta da parte della giunta regionale e degli assessorati all'Urbanistica e alla Cultura, aveva inviato una lettera alla Soprintendenza per cercare di riannodare i fili di quel discorso interrotto quasi tre anni fa e provare a rimediare allo spreco di risorse e opportunità. Solo per il piano di gestione di Barumini l'Unesco aveva fatto arrivare in Sardegna 50 mila euro attraverso il Ministero dei Beni Culturali, anche se, poi, il tavolo riunito intorno al ‘gigante’ della Marmilla, alla presenza dei cinque comuni che ruotano intorno a Barumini, era rimasto freddo di fronte alla possibilità di creare una rete tra i nuraghi e di conseguenza allargare il piano di gestione. Perché il marchio Unesco oltre a garantire tutela, porta con sé una marea di soldi a un indotto, quello culturale, perennemente a secco nel nostro Paese. Per questo arenare procedure di questo genere è un'azione doppiamente suicida.


Ciò che trovo assurdo è che non siano state le istituzioni a sostenere una vertenza talmente rilevante ma sia stato invece un funzionario europeo a ritenere limitante il marchio Unesco sulla sola Reggia Nuragica di Barumini, proponendo la sua estensione all’intera “civiltà dei nuraghi”, e che questa grande opportunità l’abbia avvertita solo un dirigente regionale, sicuramente da ammirare per la sua lungimiranza.
 

 

 

 

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