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PULIZE FLOREALI DEI NURAGHI. Serve una semplificazione delle procedure da parte delle soprintendenze

del gruppo di studio legislativo di Nurnet
Lo stato di degrado che colpisce il patrimonio archeologico della Sardegna ha raggiunto un livello di vera e propria emergenza.
È infatti ormai pienamente constatato che la più rilevante causa di distruzione delle strutture archeologiche in pietra sono gli arbusti e le relative radici. Emblematico è il caso degli edifici realizzati con la tecnica dei filari di pietra, come i nuraghi, ove inevitabilmente anche la sola caduta di una pietra può provocare cedimenti irreversibili a tutto il resto della struttura. Circa il 70% dei complessi nuragici non è oggi fruibile a causa dei crolli che ne impediscono l’accesso. Trattandosi di filari di pietra intervallati dall’utilizzo di terra, è inevitabile che piante tipicamente mediterranee come l’olivastro e il lentisco, trovino l’habitat ideale dove crescere e le proprie radici cerchino spazi dove espandersi a discapito dell’incolumità del nuraghe. A tutto questo si aggiunga che il fatto che la presenza di arbusti non permette una lettura integrale del monumento e lascia inoltre campo libero agli scavatori clandestini che possono agire indisturbati proprio perché celati dalla fitta vegetazione.

nuraghe nella Nurra (La Crucca)


La soluzione a questo problema è quanto mai semplice. Sarebbe infatti sufficiente recidere una volta all’anno le piante che affliggono come una vera e propria maledizione il nostro glorioso patrimonio archeologico. Decenni di scavi archeologici hanno comportato il dispendio di un enorme somma finanziaria pubblica che solo nell’1% dei casi ha risolto il problema. Siamo oggi consapevoli del fatto che lo scavo archeologico, se non continuativo, può risultare più compromettente del non-intervento. Si tratta di cantieri che non vedono mai una fine, dove i siti archeologici diventano ostaggio dell’archeologo di turno che oltre a rendere inaccessibile il sito anche per gli anni a venire dopo l’interruzione del cantiere, nella maggioranza dei casi non pubblicherà mai i dati di scavo, o se mai questo succederà, non sarà mai pienamente divulgativo al grande pubblico che teoricamente dovrebbe essere il maggiore fruitore del bene.
La semplice pulizia dei siti archeologici si traduce in un’impresa impossibile a causa dell’iter burocratico (che non sempre ha esito positivo) che le amministrazioni comunali sono costrette a seguire a causa dell’abuso di potere che spesso la Soprintendenza per i Beni Archeologici attua nei loro confronti.
Tutto questo si traduce in due aspetti assai negativi:
il primo, si è già detto, è la continua distruzione dei monumenti, il cui recupero e restauro comporterebbe un dispendio di finanze di gran lunga superiore a quello previsto invece per un intervento di pulizia a cadenza annuale.
Il secondo aspetto riguarda il mancato sviluppo economico che la popolazione potrebbe trarre dai propri monumenti archeologici che rappresentano oggi l’unica possibilità di salvezza per territori che non possono trarre vantaggio da altre risorse.
Gli esempi sono numerosissimi, tra tutti citiamo l’esempio di uno dei più importanti complessi religiosi di età nuragica, il sito di Matzanni a Vallermosa ove nonostante lo scavo sia concluso da oltre 10 anni, il sito resta inspiegabilmente chiuso al pubblico per decisione della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Province di Cagliari e Oristano.
La nostra proposta riguarda dunque esclusivamente la pulizia del sito, pertanto riteniamo ingiustificato l’atteggiamento del Mibact nei confronti delle amministrazioni comunali sarde che a nostro avviso dovrebbero poter godere di maggiore autonomia di scelta e azione nel caso in cui l’intervento sia limitato esclusivamente alla pulizia dei monumenti e non allo scavo archeologico.
 

 

 

 

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