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L'identitŕ culturale come attrattore turistico

di Giorgio Valdès
Philippe Daverio è come noto un critico d'arte, giornalista, conduttore televisivo e docente francese naturalizzato italiano. Nell’intervista di cui al link riportato a margine, apparsa su “Lettera 43”, quotidiano online, ha evidenziato l’esigenza di “monetizzare” la cultura, primo attrattore della domanda turistica mondiale, e a riscoprire “l’identità perduta dell’Italia come motore di una crescita economica altrettanto perduta”. Concetto, quasi in forma d’appello, espresso da Emilio Casalini, giornalista di Report, nel suo libro “Fondata sulla Bellezza” e quindi ripreso dalla deputata Serena Pellegrino, che ha presentato alla Camera un disegno di legge costituzionale teso a riconoscere la “bellezza” come «elemento costitutivo dell'identità nazionale».
Daverio richiama al proposito i 10 milioni di biglietti staccati annualmente dal Louvre ma anche, opportunamente, gli oltre 75 milioni di arrivi turistici alle Canarie contro i 6 della Sicilia.
Mi viene spontaneo pensare alla Sardegna, che registra circa 2 milioni di arrivi l’anno e deve sorbirsi la grancassa delle Istituzioni che sparano fuochi d’artificio quando questa soglia viene accidentalmente superata di alcune migliaia di unità.
In una nazione come l’Italia, la cui identità si fonda essenzialmente sull’insieme degli straordinari valori espressi dai suoi territori, il patrimonio culturale, che di tali valori rappresenta l’elemento più caratterizzante ed attrattivo, andrebbe difeso, tutelato e valorizzato “con le unghie e con i denti” .
In tale contesto, la specialità della Sardegna non è solo sancita dalla Costituzione ma è espressione di un percorso storico complesso ed articolato da cui, per varie ragioni in gran parte incomprensibili, sono state strappate le pagine iniziali, che contenevano gli elementi più significativi di quell’”identità perduta” citata da Emilio Casalini e testimoniata dallo sterminato patrimonio megalitico della nostra terra.
Ha ragione Daverio quando osserva che al Louvre ti vendono anche le macchinette per fotografare le opere d’arte esposte, mentre da noi si sta ancora discutendo sull’anacronistica disposizione che vieta gli scatti all’interno dei musei e addirittura sulla necessità o meno del “permesso” per riprendere un nuraghe.
E’ quindi assolutamente realistico ipotizzare che con un po’ più di accortezza e di lungimiranza si potrebbe concorrere ad incrementare la crescita del turismo, che con un 20% in più consentirebbe d’innalzare il PIL complessivo di un salutare 2%.
Non si tratta, peraltro, di un’ipotesi campata in aria, se si pensa che il 30% del turismo mondiale, composto da circa 300 milioni di individui, sceglie annualmente come meta delle proprie vacanze l’area mediterranea, con spiccata propensione per le destinazioni più attente alla valorizzazione dei propri valori identitari.
Com’è possibile che la Sardegna, che presenta il più vasto, denso e originale patrimonio storico/megalitico dell’occidente, non riesca ad intercettare quel 20% in più di viaggiatori che vagano lungo le coste mediterranee? Si sta parlando di 400 mila persone, una briciola rispetto ai 300 milioni di turisti affamati di cultura che gironzolano per il nostro mare.
Così è nata la Fondazione Nurnet, che non ha la pretesa di far conoscere e valorizzare, con le sue sole forze, la civiltà prenuragica e nuragica, rendendola “motore di una crescita economica perduta”, ma nutre invece la speranza che il suo impegno volontario serva da stimolo alle Istituzioni e a tutto quel mondo imprenditoriale consapevole del fatto che lo sviluppo turistico può contribuire a liberarci dalle sabbie mobili della crisi economica e che tale sviluppo deve necessariamente procedere di pari passo con la tutela e valorizzazione del patrimonio che maggiormente identifica la “destinazione Sardegna”.

http://www.lettera43.it/economia/macro/philippe-daverio-e-il-turismo-anti-crisi_43675135076.htm
Nell’immagine: il turismo culturale nell’interpretazione dell’archeologo e socio Nurnet Nicola Dessì
 

 

 

 

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