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Meraviglie e Misteri di Su Crocifissu Mannu

di Giorgio Valdès
A proposito della necropoli di Su Crucifissu Mannu, a Portotorres, composa da 22 tombe di varia grandezza e tipologia, originariamente risalenti alla “Cultura di Ozieri” (neolitico finale 3200-2850 a.C. - nota mia) e successivamente riutilizzate in modo “massiccio”, è interessante il contenuto di un articolo a firma dell'archeologo Ercole Contu, riportato nella collana “I Tesori dell'Archeologia”, curata da Alberto Moravetti per la Biblioteca della Nuova Sardegna. Da tale articolo ho tratto alcuni dei brani più significativi:
“...I migliori risultati si ebbero con l'esplorazione della tomba XVI, che fu interessata soprattutto dal rinvenimento di abbondanti ceramiche di “Cultura Bonnanaro” (1800-1600 a.C. - nota mia), ma non mancavano bottoni a calotta sferica, forati, e quattro “brassard” del “Vaso Campaniforme” (2100- 1800 a.C. - nota mia). Questa tomba è costituita da una calatoia tondeggiante e tre vani pressoché rettangolari, il principale dei quali presenta al centro un pilastro rettangolare. L'insieme si estende entro un'area di circa 12x16.
Per la “Cultura di Bonnanaro” è stato possibile constatare un singolare rituale, che porta a circondare e ricoprire i crani con un cerchio di pietre. Un cranio umano presenta documentazione di trapanazione curativa in vivo. Fra le sepolture, quelle che si trovano ubicate all'estremo limite settentrionale della necropoli mostrano una planimetria diversa da quelle descritte, cioè disarticolata nella disposizione degli ambienti sepolcrali. E' questo il caso della Tomba III, che trova confronto nella Tomba Amorelli di Marinaru, nonostante sia di pianta più complessa (la tomba Amorelli fa parte di un complesso di quattro sepolture situate nei pressi di Monte d'Accoddi – nota mia).
Da tombe non precisate di Su Crucifissu Mannu vengono anche tre idoletti “cicladici” con la figura della dea madre.
Tra gli elementi di culto restituiti dalla necropoli di Su Crucifissu, inoltre, va citata la tomba VIII, dove si ha una semplice rappresentazione corniforme a schema rigido, che sovrasta il portello aperto nella parete fondale di un vano secondario della tomba XXI.
Molto interessanti – ma non preistoriche e sovrastanti alle tombe stesse – sono anche, sul piano di roccia, le tracce (profondi solchi paralleli o “rotaie”) di slitte o carri per il trasporto di blocchi. Risalgono ad età romana o medioevale e dovevano servire per realizzare gli edifici della vicina Porto Torres (Turris Libisonis). Ricordano consimili esempi di Malta”.
Le considerazioni da fare sono certamente varie e tutte molto interessanti. Mi limito comunque ad osservare la presenza del simbolo taurino e degli idoletti cicladici della dea madre, a conferma della coesistenza dei principi maschile e femminile connessi ai concetti di fecondità, e il ritrovamento del cranio trapanato “in vivo”, che rimanda allo straordinario articolo ed alle immagini pubblicate dal socio Nurnet Nicola Castangia, per cui rimando al link sottostante.
Sulle considerazioni del professor Contu in merito ai solchi tracciati sulla roccia, che egli assimila ad una sorta di rotaie sulle quali scorrevano, in età romana o medioevale, slitte o carri per il trasporto di blocchi, nutro tuttavia qualche perplessità, che avevo già evidenziato in precedenti occasioni. Si nota difatti che tali tracce si sovrappongono al corridoio (dromos) che conduce a una domus, analogamente a quanto si rileva per altre sepolture come quelle di S'Acqua Salida a Pimentel, dove oltretutto il piccolo rilievo che le ospita s'inserisce in una piana agevolmente percorribile da mezzi di trasporto su ruote, senza dovere traversare il dosso roccioso superabile con una certa difficoltà. Non comprendo in sintesi la ragione per cui i romani e i medioevali avessero deciso di complicarsi la vita tracciando percorsi per i carri per gran parte disagevoli e che, oltretutto, si sovrapponevano inspiegabilmente ai corridoi delle domus. Spero comunque che qualcuno sia in grado, prima o poi, di fornire una risposta razionale a questo arcano mistero.

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Nell'immagine: la necropoli di Su Crucifissu Mannu in una foto di Gianni Careddu e il cranio trapanato citato da Ercole Contu.

 

 

 

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