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Catastrofi planetarie tra realtŕ e fantasia

di Giorgio Valdès
Ho appena terminato di leggere, sulla pagina FB di Archeologia della Sardegna, i numerosi commenti all’articolo del geologo Mario Tozzi, strenuo sostenitore della controversa teoria di Sergio Frau sullo tsunami che diverso tempo fa si sarebbe abbattuto sulla Sardegna, sommergendo i nuraghi del Campidano ed oltre. Non ho competenze per esprimere un’opinione in merito, per cui mi limito semplicemente ad osservare che la memoria di catastrofi planetarie, descritte in maniera più o meno esplicita o fantasiosa è piuttosto ricorrente negli antichi testi. Nel libro “Haou-Nebout – I Popoli del Mare”, gli autori Berni e Chiappelli osservano che “in un recente studio americano da cui è stato realizzato anche un interessante documentario televisivo, apprendiamo infatti che le sette piaghe (d’Egitto) sono interpretabili come eventi concatenati che originarono da un’unica causa innescante; uno sconvolgimento che portò il mare a penetrare profondamente lungo il corso del Nilo, tanto da cambiarne il senso della corrente”…”E’ evidente inoltre che si trattava di un avvenimento del tutto sconosciuto forse mai osservato prima dagli Egizi che tanto controllavano il fiume e le sue periodiche inondazioni. Qualcosa di assolutamente eccezionale che certo non aveva avuto il suo epicentro in Egitto, né qui si erano mostrati gli effetti catastrofici che, altrove, dovevano essersi scatenati come una sorte di fine del mondo o di diluvio universale”. A questo proposito gli stessi autori riportano alcuni brani delle iscrizione egizie incise sulle mura del tempio di Medinet Habu, tratte dal volume “Historical Records of Ramses III, The Texts in Medinet Habu” di Edgerton-Wilson, in cui tra l’altro si legge, a proposito dei Popoli del Mare: “Il grande calore di Sekhmet (divinità dalla testa leonina che impersonava il calore distruttivo del sole –notazione mia) si è mischiato con quello dei loro focolari, cosicché le loro ossa s’incendiano all’interno dei loro corpi. La meteora (the Shooting star) fu terrificante per come li perseguitò mentre la terra (d’Egitto) era serena”…” Così per i paesi stranieri (…), distruzione alle loro città, furono devastati in un solo attimo, i loro alberi e le loro genti sono diventati cenere. Essi presero consiglio dai loro cuori: verso quale luogo andremo? I loro capi vennero (…) con i loro beni e i loro figli sulla schiena in Egitto”. Nei testi di Medinet Habu si afferma inoltre, in numerosi passaggi, di oscillazioni e movimenti tellurici, nonché di una gigantesca ondata di marea che aveva spazzato via le città e i villaggi. E’ Amon Ra che parla a Ramesse III affermando che mentre l’Egitto è risparmiato dal suo benefico abbraccio, “l’Oceano e il Grande Circolo sono sconvolti dall’oscillazione e dall’ondeggiamento” . La traduzione delle iscrizioni, da parte di Edgerton-Wilson, così prosegue: “Ti diedi la mia spada per distruggere i Nove Archi (i nove popoli tradizionali nemici dell’Egitto – nota mia) e misi per Te tutti i paesi sotto i Tuoi piedi. Feci in modo che essi vedessero la Tua maestosità come forza del Nun (l’Oceano primordiale – nota mia) quando distrusse e cancellò le loro città e i loro villaggi con un’onda d’acqua”.
E’ quindi evidente che in questi racconti, non so in che misura fantasiosi, si parla di uno tsunami (parola che notoriamente genera mal di pancia e reazioni scomposte) probabilmente causato dall’impatto con un corpo celeste (the shooting star). Dove ciò sia avvenuto non lo si può sapere per certo, ma è probabile che il set fosse ubicato in qualche parte del Mediterraneo e che comunque a pagarne le spese fossero stati i così detti “Popoli del Mare”.
La vicenda della meteora ha affascinato anche altri scrittori classici, tra i quali ricordo Platone, che nel suo Timeo racconta che “ Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua.”…”Un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quello che c’era sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un fulmine. (Questa storia) viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra”.
Anche Ovidio vuol dire la sua al proposito e nelle “Metamorfosi” così descrive la caduta di Fetonte: “Phaëton per caelum praecipitat et in Eridanum cadit ubi Naides Hespiriae in tumulo corpus condunt” (Fetonte precipita nel cielo e cade nell'Eridano, dove le Naiadi dell'Esperia seppelliscono il corpo in una tomba).
Posso dire che almeno Ovidio fornisce qualche indizio aggiuntivo, per gran parte fantasioso; ma fantasia per fantasia, mi permetto anch’io uno “svolazzo mentale”, che spero non infastidisca i “dotti”.
La leggenda racconta che le Esperidi (1) fossero figlie di Forco, re mitologico di Sardegna e Corsica, e che nel loro giardino pascolassero i cavalli alati di Helios, dio del sole, una volta terminato il loro percorso giornaliero lungo la volta celeste.
E’ quindi probabile che il disarcionamento di Fetonte sia avvenuto proprio dalle parti di questo giardino dove scorreva l’Eridano, spesso identificato, non so con quale criterio, con il fiume Po. Tuttavia, in un commento riportato sul blog di Leonardo Melis, si legge che la pianura di Villaputzu, circostante la foce del Flumendosa, era chiamata Eridjana; considerazione che trova la sua conferma nella cartografia IGM, dove è segnalato un sito, denominato Eringiana, adiacente la sponda meridionale del fiume e prospiciente la località Cuccuru S.Maria, luogo in cui, tra l’altro, furono trovati i resti dell’antico porto fluviale di Sarcapos.
E’ quindi ragionevole ipotizzare che il Flumendosa, denominato dai Romani "Saeprus Flumen", un tempo si chiamasse “Herri Danw” o qualcosa di simile e che la leggenda di Fetonte avesse avuto come spot proprio questo fiume che sfocia sulla costa orientale della nostra isola.
Sempre a proposito del termine Eridano, pare che esso presenti la base accadica “herri” (herru, harru) con il significato di canale, corso d’acqua unita al termine “dan” (danw) in merito al quale lo stesso Melis ha ampiamente disquisito (2).

(1) nella mitologia greca è descritto il “Giardino delle Esperidi”, un luogo felice in cui dimoravano le tre Esperidi e dove cresceva l’albero dai pomi d'oro che vennero poi rubati da Ercole.
(2) Secondo il glottologo Salvatore Dedola la parola “Eri” potrebbe derivare dall’accadico “Herrw”, con il significato di “corso d’acqua”. Herrw-danw/Eridano potrebbe assumere quindi il significato di “Fiume dei Danai”.

Nell’immagine: la caduta di Fetonte in un quadro di Hans Von Aachen e la piana di Eringiana alle foci del Flumendosa
 

 

 

 

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