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Le terre alte

di Giorgio Valdès
La percezione della Sardegna, specie in termini turistici, è notoriamente connessa alla qualità del suo mare e delle sue coste; e per quanto i vari programmi regionali di sviluppo dell’ultimo cinquantennio abbiano costantemente evidenziato la necessità di puntare su un turismo integrato in grado di coinvolgere concretamente le aree interne, tale esigenza programmatica è purtroppo rimasta una semplice chimera. Eppure sono proprio i territori dell’interno i veri custoditi del patrimonio storico-archeologico probabilmente più vasto del mondo occidentale e di quella “sardità” non facile da definire ma che comprende i valori che nel loro insieme definiscono l’identità di un popolo. Tra questi, le migliaia di toponimi presenti in tutta l’isola ma che si addensano soprattutto nell’interno, costituiscono un elemento fondamentale, una volta compreso il loro significato, per conoscere meglio la nostra terra, ma anche per tentare di decifrare i vari momenti del nostro passato.
In questo brano tratto dal libro “Toponomastica Sarda” di Salvatore Dedola, linguista e profondo conoscitore della Sardegna, può apprezzarsi il senso e l’importanza che assumono le denominazioni che da tempi immemori hanno contraddistinto i vari siti della Sardegna:
“Sono i monaci bizantini ad aver segnato ogni sito religioso delle terre alte. La loro tenace presenza ha persino dato il nome a tanti siti che non hanno neppure chiesuole, dove insistono però strane costruzioni di pietra oggi usate come ovili ma un tempo destinate a ritiro e preghiera o a cenobio e chiamate, oggi come allora, “laura”, dal greco “laas” ‘pietra’. Simili toponimi sussistono numerosi nei nomi quali “Luras” (un paese gallurese), monte “Lora” a San Vito, monte “Tepi-Lora” a Bitti, la fortezza punica di “Saurrecci” (Sa urra beccia) a Guspini, “Is Aùrras” nella giara di Genoni, “Is Aurras” a San Vito, eccetera.
Ma tutto sommato il Cristianesimo ha lasciato rari toponimi nelle terre alte. Le fasce sommitali non conoscono Dio ma soltanto il Diavolo, sono certamente “loca sacra”, ma intrisi di sacralità negativa, sono le dimore proibite di potenze perturbanti cui solo i violatori e gli assassini possono accedere. Sui Sette Fratelli, “Bruncu Poni Fogu” pare indicare le violazioni degli incendiari, e lo spuntone di “S’Eremigu Mannu” sta più alto a denotare il Diavolo. Ma entrambi i toponimi sono stati forgiati dai sacerdoti cristiani, per demonizzare i siti montani dove la gente continuava a sottrarsi alla loro autorità morale, entrando nelle foreste ad accendere il fuoco perenne del Dio Sole, ad adorare le rupi caratteristiche, i “bamoth” (Bamoth-Baal è un’altura in prossimità del Giordano- nota mia) che poi i preti dannarono e maledissero coi nomi satanici. Così fu per “Brabaìsu”…
“Perché in realtà sono proprio i “Sette Fratelli”, assieme al passo di “Correboi” e a tanti altri posti, ad attestare che le arre sommitali non sono mai state dimore del Male. Prima del Cristianesimo Satana non era in voga, mancava una terrifica visione dell’Aldilà, e le vette erano viste come “loca sacra” positivi, siti di preghiera e di esaltazione religiosa, aree di pacificazione dello spirito. Di qui, dagli ebrei stanziati nel territorio di Sìnnai (o Sìnai) viene il toponimo “Setti Fradis” (nonostante che le cime non siano sette) quale richiamo magico-religioso che nel numero sette aveva una chiave cabalistica (sette come il candeliere ebraico, sette come le giornate della Creazione, sette come le meraviglie del mondo). Il toponimo “Arcu de Corr’e Boi” richiama a un tempo la magica fusione precristiana delle corna del dio Toro fecondante e della falce della Madre-Luna fecondata, perché da quel passo montano, il più alto della Sardegna, s’originano i più potenti sistemi fluviali isolani, quell’acqua apportatrice di vita che per i pre-cristiani era il segno del sacro sperma che fecondava la vagina della Dea Madre rappresentata dai pozzi sacri, o le fecondava la rima vulvare rappresentata dalle golene fluviali. “Perda Iliana”, ossia la ‘rupe di Ilu’ (Dio per eccellenza), con la sua forma colonnare e col suo nuraghe-tempio sommitale attestato dal Lamarmora, era il totem nazionale dei nuragici, la “sacra viga” eretta e turgida al centro della Sardegna, dove i Nuragici convergevano in festa e in preghiera per propiziare le acque, evidenti e copiose lì sotto i gorghi del Flumendosa.
Le cime montane aguzze non hanno mai avuto nomi brutti, semmai comici, quale “murru” e “bruncu” ‘muso’, o “pitzu” ‘vertice’. Mentre ogni cima arrotondata ha avuto nome di via transitabile (“genna” ‘porta’ od “arcu” ‘passo’). Così è per il “Gennargentu” ‘la porta dell’argento? (causa la neve invernale), così è per il monte “Arcosu” ‘il monte dei passi transitabili’...”.
 

 

 

 

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