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I NURAGHE DI SARDEGNA di Danilo Scintu 2^

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Soprattutto il costruire megalitico richiede un dispendio di energie intellettuali e di forza lavoro di gran lunga maggiori di quanto non se ne impieghino per costruire con mattoni di fango, legno e piccole pietre. A costruire col ciclopico furono senza dubbio i popoli più ricchi in termini di risorse economiche e materiali. Grazie alla pacifica religione matriarcale, l’Europa per la maggior parte del tempo non conobbe guerre e solo questo spiega lo sviluppo dell’arte e della tecnologia in tutti i settori, compreso quello della navigazione e dell’architettura. Le due discipline di cantiere, quella navale e quella edile, proprio nelle isole del Mediterraneo furono correlate tra loro. La tecnica impiegata per costruire lo scafo di una nave assieme alla sua forma, fu assimilata per l’erezione in pietra ciclopica delle monumentali “volte a carena” negli anditi dei nuraghi delle isole di Sardegna, Baleari e Corsica.

La grande diffusione delle torri in Sardegna, assieme alla monumentalità raggiunta in altezza e alla perizia tecnica impiegata nei suoi edifici, porta a considerarla il centro irradiatore della cultura, dell’arte e della tecnologia ciclopica. I nuraghes sardi sono senza dubbio i più antichi e meglio conservati edifici del periodo del Bronzo in tutta Europa. Dei 10.000 esistenti circa 5000 mila edifici sono polilobati, organizzati cioè su pianta complessa a partire dalla base circolare del nuraghe principale al centro e delle torri angolari, per formare impianti triangolari, quadrati e poligonali.

Aggiungendo torri raccordate da alti muri rettilinei lungo il perimetro attorno alla torre principale, si realizzarono complessi architettonici di migliaia di metri quadrati enormemente sviluppati in altezza. Cupole sovrapposte su due o tre piani fuori terra racchiuse da un involucro tronco conico, costituiscono gli alzati di ciascuna torre. La torre principale al centro dell’insieme, è sempre la più maestosa e può raggiungere altezze ardite anche di 30 metri dal suolo, in un complesso costruito ove il vuoto prevale sul pieno delle murature.

I nuraghes

In Sardegna ancora oggi sono numerosi i segnali di una smodata ricchezza e di una imponente urbanizzazione avvenuta per tutto il secondo millennio prima di Cristo. Nel suo territorio durante l’epoca del Bronzo dal 2.300 fino al 1.200 a.C, si vide l’erezione di migliaia di monumenti cupolati assieme a megalitiche tombe comuni dette Tombe dei Giganti e Templi a Pozzo dedicati alle acque, costruiti all’interno di enormi città e villaggi. Finora i nuraghi esistenti sono stati suddivisi in tre grandi tipologie architettoniche: i nuraghi non canonici o a corridoio, i nuraghi monotorre e i nuraghi polilobati (Scintu 2003). I più antichi nuraghi, definiti non canonici perché costituiti da anditi e sale di forma ellittica, risalenti al terzo millennio, al loro interno sono costruzioni dolmeniche realizzati sia con murature ciclopiche sia col sistema trilitico come le tombe spagnole e portoghesi. Alcuni soprattutto nelle aree centrali e meridionali dell’isola, sono coperti da slanciate volte a carena di nave realizzate con blocchi enormi di calcare o basalto. All’esterno invece, i nuraghi non canonici sono relativamente alti se confrontati ai monotorre o ai polilobati, ma considerato che questi sono più antichi anche di 500 anni hanno comunque una loro grandiosità e monumetalità. Nei nuraghi monotorre di qualche secolo più giovani, la sperimentazione dei secoli precedenti aveva portato una grande rivoluzione estetica nelle costruzioni templari. Con i monotorre si giunse per la prima volta ad una tecnologia costruttiva moderna, unica nella storia del megalitismo, arrivando ad elevare murature parallele, gusci strutturali sovrapposti vuoti al loro interno, con un notevole slancio verticale. I massi ciclopici squadrati sulla sommità del nuraghe, sono spesso posti su file parallele di differente colore di trachite rossa, di basalto nero o bianca arenaria, conferendo al nuraghe quella perfezione estetica della bicromia, che troviamo descritta anche su Atlantide.

Questa consuetudine costruttiva, la riscontriamo in seguito nell’architettura Romanica delle prime cattedrali dell’isola e della Toscana- la terra degli Etruschi- a dimostrare come la visiona religiosa e simbolica dell’arte sia rimasta immutata nelle due sponde del Mare Tirreno ancora 3000 anni dopo.
In genere all’interno del nuraghe monotorre, il grande vuoto centrale costituito dalla camera circolare coperta con la cupola ogivale, viene raggiunto percorrendo un andito di circa 4 - 5 metri in cui si imposta l’accesso ad una rampa serpentiforme conducente ai piani superiori. Anche i piani sopraelevati, benché più piccoli della sala al piano terra, si presentano voltati con la cupola ogivale, dove il vuoto domina sulle parti piene. Questo importantissimo aspetto, fa dell’architettura nuragica uno dei più sublimi esempi di costruzione di quel periodo.
Nel periodo del Bronzo la Sardegna diventa la terra delle torri e darà il nome alla Tirrenide che questo poi vuol dire, da Tir o Tar, torre appunto.

Ciascuna cupola sovrapposta e la scala a spirale, sono infatti sintetizzabili a tre “ventri gravidi” ed un serpente che si attorciglia a bozzolo su di esse. Questo del serpente intorno ad un asse, è un simbolo evoluto che rimarca il potere della guarigione, tanto che noi abbiamo ereditato come simbolo delle farmacie il serpente attorno ad un bastone.
Il serpente per i sardana se attorcigliato era il simbolo della metamorfosi e della rinascita, se eretto era simbolo della fertilità e della rigenerazione. Per questo guardare l’aspetto esteriore di un nuraghe o di un suo modello dell’epoca, appare una forma a coppa o se vogliamo la stilizzazione di un osso, un nudo rigido riportante alla morte come i nudi menhir o gli esempi di falangi ossee decorate del calcolitico spagnolo, come quello di Almeria del III millennio a.C.