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Il riso sardonico

di Giorgio Valdès
Tra i tanti dibattiti stimolati dalla scoperta delle statue di Monte ‘e Prama, è compreso anche il mistero della loro origine, che alcuni attribuiscono a qualche artista orientale in trasferta in terra sarda, altri ad artigiani locali i quali avrebbero recepito l’arte del tutto tondo nel corso dei loro viaggi in oriente, mentre altri ancora ritengono che queste straordinarie opere siano il frutto della fantasia e originalità scultorea locale, non influenzata da apporti esterni. Sta di fatto che con ogni probabilità il dubbio è destinato a rimanere tale ancora per diverso tempo, come anche la datazione dei ritrovamenti, “altalenanti” tra l’XI e il X sec. a.C. (Santoni), il IX e l’VIII (Lilliu, Zucca) e l’VIII e VII (Tronchetti).
Si tratta comunque di un quesito che si ripete anche per altri importanti manufatti rinvenuti in Sardegna e a questo proposito è interessante un articolo dell’archeologa Emanuela Katia Pilloni, titolato “La maschera dal riso agghiacciante” -riferito alla maschera ghignante rinvenuta in territorio di San Sperate-, da cui è tratto questo brano:
“Diffuse in tutto il medio oriente già dalla fine del II millennio a.C., le maschere ebbero una particolare fortuna in tutta la fascia costiera della Fenicia a partire dal IX secolo e sembrerebbero rappresentare Kumbaba. Questo terribile mostro mesopotamico, sconfitto da Gilgamesh con l’aiuto di Enkidu e dal dio del sole di Shamash, era oggetto di potenti scongiuri nel mondo accadico, mentre nell’universo fenicio, con un netto spostamento di significato, gli fu attribuito una chiara valenza apotropaica. Nel passaggio dall’oriente alle colonie fenicie dell’occidente, le maschere assunsero alcuni tratti caratteristici di innovazione e dal tipo virile si giunse a quello “grottesco”, che in Sardegna vide la predominanza dell’esemplare ghignante: “testa calva, viso glabro, guance e fronte tatuate, grandi occhi forati, larga bocca ghignante o digrignante, orecchie enormi, anello nasale”… Il più antico esemplare noto nell’isola, proviene da una delle necropoli di San Sperate, quella di Bia de Deximu Beccia. Fu ritrovata nell’Ottocento dal Vivanet: di color beige chiaro, caratterizzato da una resa naturalistica delle orecchie (forate per ospitare gli orecchini) e dall’enigmatico sorriso ghignante, fu probabilmente opera di un artista cartaginese e databile intorno al 520 a.C. “Se mancassero altri elementi basterebbe la presenza dell'anello nasale a documentare la punicità di questa terracotta. Non è facile assegnarle una data, fondandosi sui caratteri dell'arte”, così Gennaro Pesce, uno dei massimi esperti dell’archeologia fenicio-punica sarda. Ma è proprio così… Cosa rappresentano le incisioni lungo le guance e la fronte? Rughe profonde, presumibile indicazione di volti di vecchi o semplici tatuaggi? E quell'espressione ghignante, è forse stigmatizzazione di un sorriso forzato, a denti stretti, di quel sardanios ghelos tanto celebrato dalle fonti antiche? La tentazione di vedere un parallelo è forte, tanto più che per molti autori antichi il riso sardonico sarebbe strettamente legato al mondo punico ed ai sacrifici umani. Ma se il mondo accademico sardo è reticente ad ammettere simili legami, di ben altro avviso è quello siciliano: l’esemplare ritrovato a Mothia viene indicato come tipico esempio di rappresentazione del riso sardonico! Eppure la mascherina siciliana non solo è molto più vicina a quella di S. Sperate che non a quelle di provenienza cartaginese, ma soprattutto è di un livello qualitativo inferiore a quella sarda. Si potrebbe quindi pensare alla mano di uno stesso artista operante in Sardegna, i cui lavori funsero da modello per quelle africane, che, in realtà, non possono essere collocate prima del V/ IV? In base a quale criterio, infatti, considerare Cartagine madre patria della celebre maschera speratina, se in Africa reperti simili sono datati a quasi un secolo più tardi? Non sarebbe piuttosto il caso di ammettere un tratto del tutto originario e innovativo (ma soprattutto locale), nella felice mano che realizzò quel reperto divenuto icona di una comunità nel mondo intero e vedere nell’isola un’apripista del genere artistico delle maschere ghignanti?
Forse i tempi sono davvero maturi, se anche una semplice maschera può contribuire alla riabilitazione della Sardegna dopo la damnatio memoriae a cui è stata condannata dalla storiografia ufficiale per secoli”.
 

 

 

 

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