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Un tempo, nel Sinis

di Giorgio Valdès
Si è parlato parecchio di Monte è Prama e se ne parlò anche nel Giugno del 2005 in diversi articoli apparsi sulla stampa locale, tra cui questo pubblicato da Giuseppe Marongiu sulla prima pagina e seguenti di “Il Sardegna”, intestato “Storia di 30 anni di abbandono, tutto inizia nei campi del Sinis”, e sotto titolato “Dopo la scoperta di Monti Prama Lilliu parlò subito dell’ << imbarazzo degli studiosi >>”:
“ Una storia di abbandono lunga trent’anni o poco meno, una bellezza troppo grande per essere mostrata. Più che una scoperta archeologica fondamentale per la cultura sarda, il rinvenimento delle statue di Monti Prama ha assunto i colori dell’enigma, del rapimento, del giallo. Che già nel 1977 lo studioso Giovanni Lilliu aveva annunciato: <<L’importanza straordinaria dei reperti statuari –scriveva Lilliu- stimola a superare l’imbarazzo di presentarli agli studiosi, prima di possederli nel totale del loro numero d’origine>>. Tutto ha inizio nel 1974, quando l’aratro di un contadino solca la terra del Monte dedicato al palmizio nano. Affiorano statue di arenaria gessosa, colonne, capitelli, cippi. Il giornalista Giuseppe Atzori scrive della scoperta di un tempio punico ma non dimentica di notare una tecnica simile a quella dei bronzetti nuragici nei torsi umani e nell’unica testa allora rinvenuta. Quella collinetta alta 48 metri, distante poco più di sette chilometri da Cabras, diventa improvvisamente zona di alta frequentazione. La sovrintendenza di Cagliari invia Alessandro Bedini e Giovanni Ugas a scavare: vengono portati alla luce i resti di sette statue, le cui proporzioni e fattezze mandano all’aria decine di pubblicazione del settore. Lilliu ammette che la scoperta porta finalmente a chiudere il cerchio che dal ramaio girovago conduce al grande scultore protosardo. Infatti le statue di Monti Prama sembrano dei bronzetti ingigantiti e subito si cerca di scoprire quale delle due arti sia nata prima. Soltanto in seguito si arriverà a far seguire le sculture in pietra alla fusione dei personaggi in bronzo. La datazione di Monti Prama ricade sulla prima età del ferro (secoli 900/500 a.C.) che coincide con la quarta fase della civiltà nuragica, uno degli stadi più avanzati. Nel 1977 non si riesce ancora a capire cosa rappresentino per la cultura archeologica del Mediterraneo gli alti guerrieri ma il ritrovamento di altri resti viene forse vissuto con paura e con l’imbarazzo di cui parla Lilliu. E allora avviene un doppio rapimento. I tombaroli iniziano a scavare e portar via pezzi di statue mentre la Sovrintendenza decide di rinchiudere i resti in suo possesso nel ‘magazzeno’ del Museo archeologico del capoluogo sardo. Nel contempo gli scavi continuano: si arriverà a trovare una trentina di statue, scomposte in migliaia di frammenti, gelosamente conservate lontano dagli occhi del mondo. Soltanto qualche busto e una delle due teste vengono restaurate, con una resina acrilica che sarà difficile eliminare, e esposte nel Museo. Mentre il segreto più grande è tenuto in cantina, incapace di fare il giro del Mediterraneo, impossibilitato a strappare le pagine di una cultura finora rimasta in mano ai Greci. Il tesoro di una cultura nuragica evoluta non sta nascosto nelle dimensioni delle sculture a scalpello, raspa e punzone. Né tantomeno in una datazione, oramai ristretta agli anni 720/670 a.C. Il miracolo è tutto in un semplice numero: <<Mai in tutto il Mediterraneo è stato scoperto un sito così con tante statue>> spiega il sovrintendente di Sassari Francesco Nicosia. Ora i guerrieri di Monte Prama sono stati liberati, in attesa di restauro, ma molti, ancora, stanno imprigionati: un po’ nelle ville dei collezionisti, altri ancora là sotto, vicino a Cabras”.
Non si comprende la discrepanza tra le datazioni, prima indicate dal giornalista nei secoli 900/500 a.C. e successivamente in un periodo piuttosto ristretto compreso tra il 720 e il 670 a.C., ma l’articolo costituisce comunque un’interessante testimonianza di ciò che accadeva nel Sinis quasi dieci anni fa.
 

 

 

 

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