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Patrimonio nuragico: una possibile soluzione alla crisi della Sardegna.

 Di Danilo Scintu

In questi anni la Sardegna vive una delle più grandi crisi finanziarie dell’ultimo secolo che coinvolge tutti i settori produttivi, anche se è davvero difficile immaginarla senza una via d’uscita essendo considerata fin dai tempi antichi la più fertile, ricca, e prospera tra le isole del Mediterraneo.

Prendiamo il territorio ad esempio: finora la Sardegna da parte dei turisti è vista prevalentemente come una immensa spiaggia di 1800 km di costa ove crogiolarsi al sole d’agosto. In realtà l’isola è anche altro, è un concentrato straordinario di edifici monumentali che dall’epoca Neolitica (7-6 mila anni a.C.) fino a 1000 anni prima dei romani, eresse un migliaio di dolmen, 3500 domus de janas, una maestosa piramide come Monte d’Akkoddi, circa 10.000 nuraghi, migliaia di pozzi sacri e tombe dei giganti.

Un patrimonio davvero eccezionale quello della Sardegna se considerato prodotto in un territorio di soli 24 mila kmq. Si può affermare che qui sia stato costruito più di quanto realizzato altrove nel medesimo periodo. Un esempio sono i 10.000 nuraghi coi loro grandi massi di pietra, gli studiosi affermano che furono costruiti nell’arco di un millennio. Da questo capiamo che costruirono circa 10 nuraghi l’anno, un dispendio di energia unico nel mondo dell’epoca, maggiore di quanto fecero gli egiziani con le loro 90 piramidi. È da dire che neppure ora costruiamo dieci chiese o dieci ospedali in un anno!
La sorprendente ricchezza della Sardegna è senza dubbio una cospicua eredità lasciataci dai nostri antenati, mai eguagliata fino ad oggi neppure all’epoca dei Giudicati con la costruzione delle grandi cattedrali romaniche di Saccargia e S. Giusta. Anche da parte dei sardi si regista una superficiale conoscenza del nostro patrimonio storico e culturale. La stessa grande ricchezza delle migliaia di torri nuragiche per il loro esorbitante numero sono da noi ormai viste alla stessa stregua di alberi o pecore emergenti dal languido territorio assolato. Ci siamo davvero dimenticati dell’eredità lasciataci dai nostri padri?
È paradossale che oggi con soli 69 abitanti per kmq, dunque con una disponibilità di territorio procapite vastissima di circa 15 mila metri quadri - assieme al patrimonio archeologico di tutto rispetto - l’isola e i suoi abitanti siano poveri.
C‘è qualcosa che non funziona nella gestione delle nostre risorse se questo patrimonio è sconosciuto ai più e soprattutto alla nostra classe dirigente.

Non è scevra di responsabilità neppure l’intelligentia isolana che ha permesso l’indicibile assenza della civiltà nuragica dai programmi scolastici, accettando di scomparire dai sussidiari per fare spazio alla storia dei Sumeri, Egizi, Greci, Etruschi e Latini, come sappiamo tutti popoli a contatto coi Sardana nella storia antica. L’eredità nuragica è paragonabile ad una nobile vecchia casa che rimane inutilizzata dagli eredi e pian piano crolla per l’abbandono. Anche i nuraghi e i villaggi dell’epoca scompaiono ogni giorno dal nostro territorio, soprattutto quando martoriati dagli spietramenti agricoli, autorizzati senza la conoscenza dei siti di valore storico.

Finora solo la perizia tecnica dei nostri antenati ha permesso di ammirare ancora oggi le “torri di luce”, perché è questo che NUR-HAG significa, e non “cumulo di pietre” come ci hanno erroneamente insegnato. Furono costruiti tanto bene che hanno vinto le insidie del tempo nei 4000 anni trascorsi. Le antiche torri come il nuraghe Santu Antine di Torralba e del Su Nuraxi di Barumini, che raggiungevano in origine i 28 metri d’altezza, è come se avessero perso solo una pietra al secolo per essere ancora tanto maestosi: davvero una grande eredità architettonica da valorizzare.

Nel resto del mondo nazioni come l’Egitto, il Perù, il Messico e la Cambogia, terre assai povere, campano coi soldi del turismo archeologico. La sola Stonehenge, il circolo di massi infissi dell’Inghilterra, conta 4 milioni di visitatori l’anno, mentre il monumentale nuraghe di Barumini, grande opera architettonica e patrimonio dell’umanità, ne conta soli 50 mila.

C' è da riflettere!

 

 

 

 

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