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Cumbissėas e incubazione

di Giorgio Valdès
Massimo Pittau, in un saggio in cui analizzava l’origine della parola “cumbissìas”, che sta ad indicare le “casupole, logge o tettoie che circondano quasi tutti i santuari campestri della Sardegna”, scriveva tra l’altro che se le cumbissìas “esistevano in Sardegna già in epoca nuragica, è molto verosimile che non soltanto la cosa, cioè il tipo di locale, ma anche il suo nome sia nuragico. Ed è proprio ciò che ho sostenuto nelle mie citate opere: ‘cumbissìa, cumbessìa, cummissìa, qumbissìa’ è un relitto della lingua nuragica o –come ormai preferisco chiamarla- sardiana o protosarda. Esso è da confrontare, a titolo di corradicalità –non di derivazione!- coi lat. ‘cubare, cumbere = giacere, coricarsi, dormire. E con ciò la cumbissìa evidenzia col suo nome la prima e principale sua funzione, quella di ‘dormitorio’. Non solo, ma dato che il vocabolo ‘incubazione’ deriva dai citati lat. ‘cubare, (in)cumbere’, è molto probabile che ‘cumbissìa’ significasse anche ‘dormitorio per la incubazione’…”
La pratica dell’incubazione, tra le antiche popolazioni sarde, era stata trattata dallo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1959), nel capitolo dedicato all’animismo del suo libro “La religione primitiva in Sardegna”. Dell’incubazione parlerà in seguito anche Dolores Turchi. Dagli scritti di entrambi sono tratti i brani che di seguito si propongono.
Scriveva Pettazzoni che “ i Sardi primitivi ebbero certo dei miti propri. Ma nell’assenza di ogni tradizione indigena, sia orale che figurata, vien meno ogni possibilità di penetrare direttamente nel pensiero mitico protosardo, come pure di rintracciarne le reliquie per entro al ‘folk-lore’ odierno, -posto pure che fosse legittima la teoria dello scadimento dei miti nelle leggende popolari. Un debole lume ci viene dalla tradizione antica classica. Narrava la leggenda, secondo Aristotele, che in Sardegna vigeva il costume di dormire presso gli eroi, vale a dire presso le dimore che sono le loro tombe. Simplicio, commentando, verosimilmente sulle orme d’Alessandro d’Aphrodisias, spiega che questi eroi erano i figli di Heracles e delle Thespiadi, che guidati da Iolao si recarono a colonizzare la Sardegna; i quali, dopo morte, avrebbero conservato intatti i loro corpi, così da offrire sembianza non di cadaveri, ma di dormienti. Sotto la veste greca, intravediamo in questa leggenda una credenza sarda genuina. Gli eroi che i Greci tradussero, in linguaggio mitico ellenico, con gli Heraclidi, erano ‘eroi’ nel senso di avi eroizzati; ed erano avi sardi, come sardo era il costume dell’incubazione presso le loro tombe. Dal rito, dall’usanza, dalla pratica religiosa sorge qui, come in molti altri casi, il mito. Quegli antenati presso le cui tombe i Sardi dormivano lunghissimi sonni, furono pensati essi stessi come dormienti, o simili a dormienti, oltre la morte. Dalla pratica indigena dell’incubazione –e insieme, forse, dal tipico rito sepolcrale dei cadaveri rannicchiati in atteggiamento di dormienti- nacque uno dei pochissimi miti di cui possiamo rintracciare l’esistenza presso gli antichi Sardi: il mito degli eroi addormentati in un sonno secolare. E nacque spontaneamente. Invano il Rohde tentò di farne una favola d’importazione fenicia, del tipo ‘Sette Dormienti’. La saga degli eroi sardi non ha un semplice valore ‘folklorico’ come le leggende medioevali di Carlo Magno e di Federico Barbarossa dormienti nei loro sepolcri, e come quelle degli eserciti addormentati nelle spelonche secondo le narrazioni dei popoli nordici; ma rispecchia, in forma mitica e narrativa, un’usanza che dalla gente di Sardegna era effettivamente praticata…”.
Dolores Turchi, nel suo saggio “L’Incubazione nella Civiltà Nuragica” esordisce a sua volta scrivendo che “L'incubazione a scopo terapeutico era assai praticata in Sardegna, a giudicare dai passi che si trovano nelle opere di alcuni scrittori classici e dai retaggi che di questa pratica sono giunti in varie maniere fino ai nostri giorni. Alcuni studiosi ne hanno scritto più o meno diffusamente (A. Della Marmora, E. Pais, R . Pettazzoni, M.Pittau ), affrontando l'argomento da diversi punti di vista, a seconda delle proprie convinzioni, ma non si sono fermati ad esaminare le tradizioni che con quel lontano rito potrebbero avere delle connessioni. Attraverso alcune consuetudini ancora vigenti o venute meno nel nostro secolo, è possibile risalire almeno in parte all'incubazione sarda e alle modalità con cui veniva praticata. Le vecchie credenze non scompaiono facilmente specie se son ben radicate nell'animo popolare; se mancano le condizioni primarie donde sono scaturite, si modificano e si adattano alle nuove situazioni, ma non si cancellano, anche se cambia la religione o l'assetto sociale. Questo si può notare per tante pratiche pagane che in modo sotterraneo, coperte da una leggera patina di cristianesimo, continuano oggi a sopravvivere. Nonostante i tempi moderni e le nuove terapie fondate su basi scientifiche, chi non trova alcun rimedio ai propri mali si abbandona alla ricerca delle antiche cure, spinto da quell'esile filo di speranza che è l'ultimo a morire. Per quanto riguarda la Sardegna, il primo a parlare di incubazione fu Aristotele il quale scrisse che in quest'isola vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dagli incubi. La notizia viene ripresa da Tertulliano con queste parole: ’Aristotele scrive che un certo eroe della Sardegna liberava dalle visioni coloro che andavano a dormire nel suo tempio’. Ovviamente le visioni di cui bisognava liberarsi erano le allucinazioni, le ossessioni, le manie, ma anche la possessione da spiriti maligni e le convulsioni epilettiche, ovvero i disturbi del sistema nervoso e i gravi traumi psichici. Esistono altri passi significativi, anche se frammentari, di scrittori che nel commentare le opere di Aristotele, aggiungono alcuni particolari a queste notizie in modo da completare l'informazione, segni che ai loro tempi ancora si parlava del modo in cui l’incubazione avveniva in Sardegna. Il filosofo Filipono, nel VI secolo d.c. scriveva: ‘Alcuni scrittori hanno tramandato che certe persone afflitte da infermità se ne andavano lontano, presso (le tombe) degli eroi in Sardegna e si curavano; costoro quindi giacevano così per dormire per una durata di cinque giorni, dopodiché svegliandosi ritenevano che il momento (in cui si destavano) fosse lo stesso in cui si erano adagiati accanto agli eroi ’. Mentre Semplicio, contemporaneo di Filopono, nel commentare lo stesso passo di Aristotele, aggiunge un'alta importante particolare: ‘Sino ai tempi di Aristotele raccontavano che dei nove fanciulli nati ad Eracle dalle figlie di Tespio il Tespiese, le salme rimanessero incorrotte ed integre e presentassero le sembianze di dormienti. Questi pertanto sono gli eroi (venerati) in Sardegna…’.
Nell’immagine: Le cumbissìas circostanti la chiesetta di S.Pietro (vallata del Golgo - Baunei)
 

 

 

 

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