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Una flotta di bronzo

di Giorgio Valdès
Il dibattito sull’origine degli shardana e sulla loro identificazione con i sardi nuragici è lungo ed estenuante e vede da sempre contrapposte diverse correnti di pensiero. Sta di fatto che le popolazioni sarde hanno costantemente avuto, nel bene e nel male, un’indiscussa familiarità con il mare, quanto meno a decorrere da VI-V millennio a.C. quando gli oggetti in ossidiana, provenienti dalle officine di scheggiatura del monte Arci, venivano esportati sino alle coste della Corsica, della Toscana e del sud della Francia. E’ peraltro impensabile che una volta appresa la tecnica della navigazione i nostri progenitori non si fossero ingegnati a migliorarla traendone un crescente vantaggio nei secoli (e millenni) successivi, al punto che non è azzardato ipotizzare che durante l’età nuragica se il motore fuoribordo non era stato ancora brevettato, probabilmente poco ci mancava. Affermazione ovviamente paradossale ma che tuttavia sta a significare che se il tempo e la storia hanno cancellato le tracce fisiche delle antiche imbarcazioni, ciò non significa che non fossero mai esistite e che anzi le oltre centocinquanta navicelle di bronzo prodotte nelle officine sarde siano proprio una loro rappresentazione in scala ridotta.
Di questi modellini in bronzo ha riferito anche l’archeologa Anna Depalmas, in un articolo apparso nell’anno 2007 sui “Quaderni di Darwin”, da cui sono stati estratti alcuni brani compresi nel sottotitolo “Una flotta di bronzo”:
“Nell’ambito di questa ‘flotta’ si riconoscono essenzialmente due fogge, una a scafo largo, tendente al circolare ma con l’estremità posteriore ogivale, che si può definire ‘cuoriforme’, l’altra a scafo più stretto, con simmetria antero-posteriore, o ‘fusiforme’. Le navicelle a scafo fusiforme sono le più numerose e all’interno di questa classe è possibile individuare almeno quattro raggruppamenti tipologici, definiti sulla base dei criteri distintivi dei margini dello scafo, del sistema di sospensione e delle modalità di unione della protome allo scafo. Lo studio delle navicelle nuragiche permette di riconoscere insieme a elementi funzionali all’utilizzo dell’oggetto miniaturistico (peducci, anello per appendere) e a motivi decorativi e fantastici, particolari rispondenti a elementi funzionali a un mezzo di navigazione. Si tratta di scalmi, sartie, legature, battagliole, gavoni, alberi coffe, chenischi, elementi che ci riportano a un’attenta osservazione e riproduzione delle imbarcazioni reali e che fanno emergere un’evidente familiarità dei sardi nuragici con il mezzo di trasporto marino. E’ possibile che le navicelle a scafo cuoriforme siano riconducibili a un tipo di chiatta a scafo largo con fondo piatto a basso pescaggio, probabilmente realizzato con giunchi, canne o ferula adatta a una navigazione nelle acque poco profonde dei fiumi o degli stagni. Per i tipi a scafo fusiforme è ipotizzabile, invece, l’esistenza di almeno due modelli di riferimento idonei alla navigazione marina, entrambi con prua e poppa a spigolo acuto e a scafo più o meno slanciato, allargato al centro, caratterizzati da strutture costituite dall’incastro di tavole. Un modello sembrerebbe riconducibile a imbarcazioni senza chiglia e a carena piatta, con rinforzi di cordame esterno, teso sui fianchi per rinforzare e sostenere il corpo dello scafo. L’assenza, inoltre di qualsiasi elemento accessorio e quindi del timone porta a ritenere che la funzione direzionale fosse svolta dal remo. La presenza nell’estremità anteriore di una protome animale (o chinisco) collegata allo scafo mediante un filo metallico avvolto a spirale attorno al collo e presso l’orlo della prua è senz’altro riconducibile all’esistenza di una protome fissata sulla prua, presumibilmente mediante cordame”(…omissis…) “La presenza in alcune navicelle di un albero al centro dello scafo appare un chiaro riferimento all’uso, in queste imbarcazioni, di un mezzo propulsivo alternativo ai remi, strumenti comunque indispensabili data l’incapacità degli antichi naviganti di virare di bordo e di risalire il vento. L’albero è sempre coronato da un anello di sospensione che, aldilà della funzione di appiccagnolo, potrebbe ricollegarsi anche a un karkesion di bronzo, un dispositivo adottato per incappellare gli stragli e per far scorrere le drizze del pennone della vela, ricorrente in molte raffigurazioni in ambito egeo. Molti degli alberi delle navicelle terminano con una sorta di capitello a ‘gola’ che rientra tra i motivi decorativi propri di una produzione tipica sarda ma che, al tempo stesso, in alcuni esemplari sembra ricordare una coffa. Questo elemento accessorio all’albero oltre alla funzione principale di controllo e di avvistamento poteva anche essere utilizzato per aiutare dall’alto le manovre dell’issare e ammainare una velatura di grandi dimensioni e di notevole peso giacché la vela, realizzata in fibra di lino o di canapa, a contatto con l’umidità marina doveva risultare ancora più pesante e di difficile manovrabilità. Niente ci è dato sapere di preciso sul tipo di vela utilizzata nelle navi nuragiche, anche se si può ragionevolmente ipotizzare un elemento di forma quadrangolare che, orientato trasversalmente allo scafo o lievemente obliquo, consentiva un tipo di navigazione con andatura di poppa o, al massimo, di gran lasco. Il problema della ricostruzione dei dettagli strutturali di queste imbarcazioni è per ora irrisolto, considerata anche la mancanza di una diretta documentazione navale. Potremmo ipotizzare che il prototipo di riferimento fosse costruito mediante l’incastro di tavole di dimensioni più o meno piccole, come le naves sutiles della tradizione classica (Plinio, ‘Naturalis Historiae’, XXIV, 65) caratterizzate da una struttura tenuta insieme grazie a cuciture e tenoni lignei e comprovata oltre che dalle fonti anche da numerosi relitti.”

 

 

 

 

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