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Il sogno di Nurnet 4°. Nicola Manca e il Tesoro dei Poveri

Posso descrivere il mio ingresso in Nurnet come un salto nel vuoto. Vedevo la pagina ancora in fase embrionale ma per qualche meccanismo che ancora non mi è chiaro ne rimasi attratto.
Poi la costituzione della fondazione che mi ha visto voler dare fiducia a questi signori di cui ignoravo il volto ma che mi trasmettevano fiducia e serietà, oltre che un approccio all’archeologia diverso dal solito. Rifarei la scelta 1, 10, 1000 volte. Forse la storiella che riporto sotto rende meglio l’idea di quanto avessi bisogno di vedere uno spiraglio, forse racconta metaforicamente della Fondazione, forse vedo la Sardegna e il bisogno di noi Sardi di riunirci intorno a un focolare. E così un anno a questi giorni decisi di iniziare attivamente a restituire, con le azioni, un po’ di quanto mi era stato dato. Un po’ di fiducia, un po’ di tempo e un po’ di voglia di sognare in grande. Perché, nella rete, tanti “poco” sommati fanno un grande tesoro. Forse è il tesoro dei poveri ma, vi prego, non svegliatemi.

TESORO DEI POVERI:

Racconta un poeta:
C’era una volta, non so più in quale terra, una coppia di poverelli. Ed erano, questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.
Non avevano pane, da mettere nella madia, né madia da mettervi pane. Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi casa.
Se avessero posseduto un campo, grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi casa. E se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.
Ma non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini.
Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa. Del pane ne avevano abbastanza per elemosina, e qualche volta avevan anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino.
Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco e ragionar placidamente d’innanzi alla brace.
Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura l’uomo è come una bestia errante.
E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti quanti li altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere.
Come si lamentavano e tremavano su la via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolio roco e dolce.
Era, in verità, un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle. S’egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in miglior condizione. Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo sarebbe stato egli forte a bastanza per pigliar topi e per non rimanere così magro.
Ma, non avendo peli ed avendo in vece la pelle su l’ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello.
I poverelli son buoni e s’aiutano fra loro.
I due nostri dunque raccolsero il gatto e né pure pensarono di mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina.
Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata.
C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante e poi sparve.
Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero focolare che l’assenza di fuoco rendeva ancora più nero.
-Ah! – dissero – se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole! Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare, poiché essi erano in verità miseri, assai miseri.
D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l’oro.
E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna:
- Senti che buon caldo?
- Sento, sento – rispose la vecchia.
E distese le palme aperte innanzi al fuoco.
-Soffiaci sopra – ella soggiunse. La brace farà la fiamma.
-No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto.
E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti.
I poverelli si contentan di poco e sono più felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al Bambino Gesù.
Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ornai d’esser protetti dal Bambino Gesù, poiché i due carboni brillavan sempre come due monete nuove e non si consumavano mai.
E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava da’ suoi grandi occhi d’oro.
Ed essi non ad altro fuoco s’eran scaldati che al bagliori di quelli occhi.
E il gatto disse: - Il tesoro dei poveri è l’illusione.

Gabriele D’Annunzio, Tribuna, 22 dicembre 1887
 

 

 

 

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