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Archeologia Pubblica

di Giorgio Valdès
Il 29 e 30 ottobre 2012, si è tenuto a Firenze il Primo Congresso di Archeologia Pubblica d’Italia, organizzato dall’Università e dal Comune. Il programma è stato elaborato da un comitato scientifico nazionale rappresentativo delle categorie interessate, ed è stata un’importante occasione di confronto tra archeologi, amministratori, giornalisti, investitori privati e professionisti.
Cosa sia l’Archeologia Pubblica e quali siano le sue implicazioni socio economiche, lo ha spiegato adeguatamente Marco Turini in un articolo apparso su “Erodoto 108”, dal quale ho estratto alcuni spunti significativi:
<< Ma che cos’è innanzitutto l’“Archeologia Pubblica”? Esiste per caso un’archeologia “privata”? A quanto pare la volontà di creare un’archeologia al servizio della comunità in senso civico, politico e sociale è un’idea relativamente recente. Una mentalità innovativa anche se ‘vecchia’ di qualche decennio. La Public Archaeology, intesa come disciplina accademica, è nata a Londra negli anni ’80 alla University College London grazie a Peter Ucko, uno dei primi archeologi a fare dell’archeologia una questione politica e sociale>>...<< L’archeologia è “pubblica”, non perché viene pubblicata su riviste specializzate o messa in mostra nei musei ma perché per definizione essa appartiene alla comunità, la racconta, l’arricchisce e la valorizza. L’archeologia è considerata “naturalmente pubblica”, ma non sempre questa materia è considerata veramente accessibile dalla comunità che la sostiene e ne attende i risultati. Spesso l’archeologia è vista (grazie anche alla cecità di alcune soprintendenze e alla scarsa capacità di comunicazione di molti archeologi) una materia destinata ad un elite culturale ed accademica. Un’occupazione riservata a ricercatori intenti a lunghe e costose ricerche che spesso non vedranno mai la luce o che non verranno “tradotte” ad un pubblico non preparato a decifrare le dotte elucubrazioni dei professionisti del settore. Un pubblico che tende ad allontanarsi sempre di più da una materia considerata forse “noiosa”, non attuale, non comprensibile. Una materia, l’archeologia, vista da molti politici come un impiccio economico al Progresso, alla vita reale. “Roba da archeologi” appunto>>…<<Il Congresso è stato anche una denuncia se vogliamo a queste tendenze, è stata una proposta anche concreta al crollo fisico, “morale” ed economico dei Beni Culturali. Con questo Congresso si è voluto rispondere anche al fuoco incrociato della inadeguatezza legislativa che riguarda il demanio storico ed ai tagli importanti che il governo applica ormai ogni anno proponendo alternative, modifiche ed iniziative. Ci sono stati alcuni interventi encomiabili come quello di Giovanni Maria Flick già Presidente della Corte Costituzionale che auspicava non in un’economia di cultura ma in un’Economia della cultura aprendo la questione su come i Beni Culturali possano e debbano essere considerati non solo come una forma di profitto ma anche un volano per il Terzo Settore, l’impresa sociale ed il volontariato >>.
Tra i vari interventi si annovera anche quello della dottoressa Lidia Decandia, dell’Università di Sassari, che ha osservato in particolare come le istituzioni stiano <<perdendo l’abitudine a “comunicare” con il territorio. C’è chi è convinto invece che solo pubblicando tutti i dati (anche in formato esclusivamente digitale) dei risultati degli scavi archeologici su grandi database liberamente accessibili dagli utenti (con la consapevolezza di proteggere i diritti di “paternità” di chi li raccoglie) si possa arrivare ad una forma più partecipativa del cosiddetto pubblico>>…<<Da citare la lucida e a tratti drammatica sintesi effettuata da Daniele Manacorda, uno dei più grandi archeologi viventi, sullo “stato dell’arte” dell’archeologia. Manacorda propone anche un antidoto a questa crisi nel settore: la Creatività. In campo professionale ed accademico. I nuovi archeologi non possono più permettersi il lusso di restare il museo di se stessi. Devono rinnovarsi. E non necessariamente abbracciando le nuove tecnologie, ma nella loro mentalità. Fra tante proposte per il futuro c’è anche chi ha suggerito di investire in un’ulteriore formazione degli archeologi con corsi ancora più professionalizzanti che permettano di rendere i neolaureati più “competitivi” sul mercato>>. A giudizio dell’articolista <<sarebbe più auspicabile risolvere prima il problema delle migliaia di archeologi che dopo svariati masters, specializzazioni post-laurea e dottorati di ricerca non trovano ancora uno sbocco professionale nella proprio settore (e probabilmente neanche in altri). Considerando anche che queste attività formative rischiano, alla luce della crisi economica diffusa, di dare lavoro solo a chi le propone >>.
L’immagine è tratta da Sardiniapost
 

 

 

 

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