down-arrow   I Monumenti adottati  



NEWSLETTER
Tieniti aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

> Leggi informativa sulla privacy




La sacralitŕ dei nuraghi

di Giorgio Valdès
Il tema dei nuraghi intesi come luoghi di culto è stato proposto dall’archeologo Augusto Mulas nel suo interessante libro titolato “L’Isola Sacra” (ed. 2012), di cui si è riferito in un precedente post *.
Lo stesso tema è stato trattato nel libro “Hic Nu Ra, racconti di un’altra Sardegna”, dove l’autore, Nicola Porcu, espone l’originale similitudine tra le cupole delle chiese cristiane e le tholos nuragiche, intese come dimora delle divinità.
La sacralità dei nuraghi era stata precedentemente sostenuta anche dal professor Massimo Pittau ed è sintetizzata nella prefazione del la seconda edizione del libro “La Sardegna Nuragica”, edito nell’anno 2006, da cui si riportano alcuni dei brani più significativi:
“Anche in questa nuova edizione della presente opera la tesi che sostengo e ribadisco è questa: «Nessun nuraghe è stato mai una fortezza». E ciò per la prima, semplice ma sostanziale ragione che i Nuragici che avessero pensato di rifugiarsi dentro i nuraghi per difendersi e condurvi una guerra, avrebbero agito come i topi che per salvarsi si rifugiassero entro trappole! Considerato infatti che esistono molti nuraghi ed alcuni molto importanti come il nuraghe di Goni e quello di Armungia, ciascuno dei Duos Nuraghes di Borore, ecc., i quali sono costituiti da una sola ampia stanza terrena, in cui non esiste una scala interna per salire sul terrazzo del nuraghe, quando proponessimo questa domanda: «I Nuragici rifugiatisi dentro quei tali nuraghi erano guerrieri combattenti contro il nemico oppure erano guerrieri prigionieri del nemico?», perfino i bambini della V elementare troverebbero la risposta esatta. C'è inoltre da considerare che, per effetto del tabù religioso che nei tempi antichi presso tutti i popoli era molto più frequente e più forte che non fra quelli odierni, è inimmaginabile che le iniziali 7 mila fortezze nuragiche potessero essere tutte trasformate in 7 mila luoghi di culto religioso; è inimmaginabile che 7 mila edifici profani potessero essere tutti trasformati in altrettanti edifici sacri. In terzo luogo, circa la tesi corrente fra gli archeologi odierni, secondo cui in origine i nuraghi erano fortezze, è molto significativo che nessuno di loro si sia mai preoccupato di spiegare come funzionassero queste fortezze e come i Nuragici facessero la loro guerra nei nuraghi e coi nuraghi. Prima della comparsa del mio libro un archeologo era stato perfino molto minuzioso nel descrivere la guerra che i Nuragici avrebbero fatto nei loro nuraghi ed era arrivato a descriverla facendo uso dei seguenti termini, che per il vero sembrerebbero meglio appropriati per i bunker della francese «Linea Maginot» e della tedesca «Linea Sigfrido» della II guerra mondiale, mentre egli li ha riferiti al Nuraxi di Barumini: «proiettili, proiettili di grosso calibro, missili, missili incendiari, munizioni, batterie, batterie d’assedio, batterie di fortini, tecnica della batteria, bocche d’arco, bocche di lancio, bocche da tiro, cortine, cortine frontali, tiro incrociato delle feritoie, piazzola di tiro, centrale di comando delle operazioni di tiro, centrale di tiro e di comando...». (omissis)
“…la sprovvedutezza degli archeologi in fatto di «cultura militare» è enorme; quella poi delle ormai numerose archeologhe è addirittura "astrale" (del resto nessuno di quelli che conosco ha fatto il servizio militare; io invece purtroppo l'ho fatto per circa quattro anni durante la II guerra mondiale!) e questa sprovvedutezza la dimostrano perfino in questioni di minuta interpretazione dei reperti archeologici. Esempio: in Sardegna sono stati rinvenuti numerosi ex voto in bronzo a forma di pugnaletti chiusi nelle loro custodie, cioè nelle loro «guaine» o nei loro «foderi»: ebbene gli archeologi, tutti gli archeologi, le chiamano invece "faretrine", ignorando che le antiche faretre contenevano le frecce e nient'affatto i pugnali! E leggono anche poco; ad es. con la loro interpretazione militaresca dei nuraghi dimostrano di non aver letto Diodoro Siculo, il quale dice che i nuraghi erano «templi degli dei». Dimostrano di non aver letto Alberto La Marmora, colui che, alla metà dell'Ottocento, con le sue imponenti opere ha presentato al mondo scientifico dell'Europa la Sardegna in tutte le sue valenze naturalistiche ed anche storiche, colui che ha visitato tutta l'Isola percorrendola a cavallo in lungo e in largo al fine di predisporne la prima carta geografica veramente scientifica, colui che, essendo un alto ufficiale dell'esercito Sardo-Piemontese era allora e lo sarà anche nei tempi successivi la persona più adatta per sostenere o per respingere la tesi della destinazione militare dei nuraghi, che del resto egli ebbe modo di conoscere 180 anni or sono, quando essi erano molto più numerosi e molto meglio conservati di adesso: ebbene il La Marmora respinse decisamente la tesi della destinazione militare dei nuraghi ed invece si dichiarò favorevole alla tesi di una loro destinazione religiosa ed anche funeraria! La tesi della destinazione militare dei nuraghi sostenuta dagli archeologi potrebbe perfino spingere ad assumere atteggiamenti di umorismo e di presa in giro, se essa non fosse nel contempo una tesi che induce alla mortificazione, in quanto mostra chiaramente quanto basso fosse il grado della cultura generale dei Sardi rispetto alla loro terra nel sessantennio che va dalla I guerra mondiale al dopoguerra della II guerra. E tuttavia uno storico ha il dovere di chiedersi quali siano state le ragioni dell'affermarsi e del resistere per oltre un sessantennio della "fandonia dei nuraghi-fortezze". E queste ragioni storiche sono, a mio avviso, tre e molto importanti. La prima è stata determinata dalla connessione ed uguaglianza che si sono stabilite tra i nuraghi e le torri antisaracene, quelle che presidiano l'intero circuito costiero della Sardegna. A primo acchito la connessione e l'uguaglianza vengono certamente del tutto spontanee, ma ad un esame appena approfondito si constata che molto differente è la struttura architettonica e la funzionalità dei nuraghi e delle torri antisaracene. I nuraghi hanno l'entrata al piano di terra, per cui agli assalitori sarebbe stato del tutto facile accendervi un fuoco e costringere gli assedianti ad arrendersi per il fumo o a morire soffocati oppure bruciati. Nelle torri saracene questo accorgimento offensivo non avrebbe funzionato per nulla, dato che la camera per la guarnigione ed il suo ingresso - cui si accedeva con una scala retrattile - sono sempre sollevati di almeno una decina di metri sul livello del terreno. La seconda ragione dell'affermarsi e del resistere per oltre un sessantennio della tesi dei "nuraghi-fortezze" è da ritrovarsi nella epopea della «Brigata Sassari» durante la I guerra mondiale, Brigata che fu citata per l'eroismo dei suoi fanti nei Bollettini di Guerra del Comando Supremo dell'Esercito Italiano. Quella epopea (che però fu anche una autentica grande tragedia per i numerosissimi Sardi morti e feriti nelle battaglie in cui venivano lanciati come "carne da cannone") fece nascere in tutti gli Italiani, ma soprattutto nei Sardi stessi l'idea che essi fossero un "popolo di guerrieri". La terza ragione storica, connessa con questa seconda, è da ritrovare nell'affermarsi in Italia del regime fascista, quello che per un intero ventennio lanciò l'idea ed impose la politica del "cittadino-soldato", preparato e pronto a "combattere dove il Duce vuole". In questo clima di continuo ed esasperato bellicismo imposto dal fascismo in Italia era chiaro e certo che gli Italiani più adatti e più pronti per la politica guerrafondaia del fascismo erano per l'appunto i Sardi, quelli che avevano espresso tutta la loro predisposizione militare e tutto il loro valore nelle trincee della I guerra mondiale. «Se non fossi stato Romagnolo - tuonò una volta il Duce in una sua visita in Sardegna - avrei preferito essere Sardo»! Dunque, epopea della «Brigata Sassari» da un lato e politica bellicista del fascismo dall'altro consentirono che si affermasse e si divulgasse con facilità la tesi che anche il popolo dei Nuraghi era un popolo di guerrieri, un popolo del quale un archeologo sardo ebbe modo anche di scrivere che aveva «una sorta di vocazione "religiosa" per la guerra», un «bellicoso [...] animus generale». Come ho già detto, gli archeologi odierni sono - certamente anche per merito del mio libro - molto più prudenti, tanto che, pur riconoscendo che in epoca recente i nuraghi sono stati luoghi di culto, sostengono ancora che invece in origine erano altrettante "fortezze". Però - torno a dirlo - non dicono mai nulla sul modo in cui si svolgesse la guerra nei nuraghi e coi nuraghi. Tutto questo però è già un notevole progresso rispetto alla "concezione bellicista" che si aveva nel sessantennio precedente sul popolo sardo, costruttore dei Nuraghi e creatore della civiltà nuragica…”.

*http://www.nurnet.it/it/1186/Sardegna,_Isola_Sacra_o_Fort_Alamo.html
 

 

 

 

Inserisci un commento su Facebook