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Ajň a su Poettu!

di Giorgio Valdès

In queste afose giornate di Luglio la spiaggia del Poetto appare particolarmente affollata di persone intente a svagarsi e a cercare refrigerio nelle acque del mare. Un mare che i venti del sud e i residui di un ripascimento dissennato tendono ad intorbidire ma che trova invece sicuro giovamento nel maestrale, che lo rende limpido e trasparente. Anche l’aria beneficia di questo vento, che come una gigantesca ramazza la libera dalle impurità ridandole quella trasparenza che consente di apprezzare i contorni dello scenario circostante e in particolare della Sella del Diavolo, colle così caro ai cagliaritani e non solo. E’ stato proprio il maestrale a farmi scoprire che la torre del Poetto è attualmente rinchiusa dentro un’impalcatura che lascia  presumere l’avvio dei necessari lavori di consolidamento e restauro. Si tratta, è vero, di una torre realizzata in un periodo che poco ha a che vedere con la civiltà prenuragica e nuragica di cui precipuamente si interessa la Fondazione Nurnet, ma è altrettanto certo che essa è indice di continuità insediativa in un compendio caratterizzato da frequentazioni umane che hanno inizio nel neolitico antico (VI-V millennio a.C.). Dalla Stazione all’aperto della Sella del Diavolo o di Marina Piccola, vicinissima alla torre del Poetto, provengono appunto i primi e più antichi indizi della  vita preistorica cagliaritana.

Occorre innanzitutto premettere che la torre del Poetto, da cui prende il suo nome la spiaggia dei cagliaritani, è stata chiamata così, ad un certo punto della storia, perché nei suoi pressi sorgeva una cisterna che in lingua catalana si chiamava poueht (pozzetto).

Di questa torre si legge in una pubblicazione edita nel 1990 dal Comune di Cagliari, da cui abbiamo tratto alcuni brani:

“Questa torre fu costruita ‘dove lo sguardo domina largamente sull’ampia distesa del golfo’ e come attestano i documenti d’archivio…risulta essere stata eretta nel 1282 durante l’amministrazione del Comune di Pisa”  A proposito di essa, il padre G.Aleo, in un suo manoscritto seicentesco, narra i motivi che determinarono la costruzione della torre e la sua successiva importanza nel segnalare il pericolo proveniente dalla costante presenza delle armate navali genovesi; ne descrive a tratti le caratteristiche ed è ricordata come la vera torre dei Segnali costruita dai Pisani prima ancora delle ben più note torri di S.Pancrazio, Elefante e Aquila. La torre originariamente conosciuta con il nome di Lanterna, chiamata in seguito dagli spagnoli del Poueht, si distingue dalle altre erette nel Capo S.Elia per i suoi ruderi che presentano un ‘opus ordinatum’ anche se celato in più punti da interventi di restauro effettuati nei vari secoli, tra cui quello in tempi più recenti dei maestri Joannì Incani e Auguxti Pixitta nel 1605, mentre era torriere Antiogo Melony; ‘opus’ proprio dei costruttori medioevali diverso dall’’opus incertum’ usato per innalzare le torri della zona. Rastremata nel suo lastrico, che si elevava altissimo a circa 11-12 metri dal suolo, la torre accoglieva un enorme braciere la cui funzione era quella di segnalare alle navi che di notte si avvicinavano alle coste, soprattutto a quei legni provenienti da est e diretti a Cagliari, la giusta rotta per non andare a infrangersi sulla Sella del Diavolo, attratti dalle luci della città. Compare con il nome di torre di S.Elias in alcune carte geografiche redatte da Rocco Cappellino nel 1572 e in portolani del XVII-XVIII secolo viene ancora chiamata con l’appellativo del ‘Poueht’, nome che invece è stato in molte occasioni erroneamente attribuito a un’altra torre vicinissima e che, eretta a ridosso della Sella, in contrapposizione alla torre della Lanterna o di S.Elia, era già da tempo in rovina, come risulta dalla relazione sulle torri dell’ingegnere De Vincenti, redatta dopo il 1720…”

 

 

 

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