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La sacralitŕ dell'acqua

di Giorgio Valdès

E’ certamente nota la diffusione del culto delle acque nelle civiltà primitive, ivi comprese quelle che si affacciavano sulle sponde del Mediterraneo. Tra l’altro questo elemento naturale è notoriamente connesso ai concetti di fertilità e di rigenerazione, che a quei tempi rivestivano sicuramente un valore pregnante, sia perché le aspettative di vita erano piuttosto ridotte, sia perché l’importanza che un clan o una tribù potevano vantare nella società di allora era sicuramente legato al numero dei suoi componenti.  

Il valore sacrale dell’acqua, argomento di cui si è discusso ripetutamente, trova ampia testimonianza nelle centinaia di fonti e pozzi sacri disseminati lungo l’intero territorio dell’isola, e ad esso lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni ha dedicato un apposito capitolo del suo libro “la Religione Primitiva in Sardegna” (1912), in cui tra l’altro si legge quanto segue:

“ Nessuna fonte sgorga dalle rocce della Giara di Serri. Il basalto durissimo della colata lavica, che si stese orizzontalmente come un immenso tappetto sulle marne terziarie sottostanti, non ha scaturigini, né lascia filtrare l’acqua piovana, che si raccoglie e rimane per giorni e giorni entro piccole e grandi conche naturali della superficie impermeabile. Questi depositi d’acqua, ove oggi ancora si abbeverano gli armenti condotti al pascolo dai pastori, dovettero essere più largamente utilizzati nell’antichità. Infatti ogni acqua, o fosse pullulata dalla terra o caduta dal cielo, era provvidenziale pel Sardo primitivo. Le acque piovute nell’inverno, dice (ancora) Solino, si conservano per la penuria dell’estate, raccogliendole entro appositi serbatoi, là dove mancano le sorgive. E come servivano gli stessi usi pratici e provvedevano agli stessi bisogni, così avevano anche le stesse virtù certe acque di origine celeste e certe altre sgorganti dalle viscere della terra.

Ora: quei serbatoi temporanei nella roccia che provvedevano momentaneamente ai bisogni delle tribù, dovettero fornire il prototipo naturale a quella conca rupestre che fu il nucleo e l’elemento intrinseco onde poi si svolse il tempio a cupola.

Anche oggi nelle regioni montuose della Sardegna centrale, e più precisamente nel Nuorese,  s’incontrano spesso delle ‘cavità circolari della montagna, specie di pozzi naturali, dove si sprofondano le acque piovane, e dove talora per vendetta si fanno dai pastori sparire le tracce dei loro nemici’ [1]. Queste cavità rupestri, misteriose e profonde, si chiamano ‘sas nurras’: e sembrano già col nome loro accennare alle epoche remote che videro sorgere anche i nuraghi. Esse sono, a parer mio, una cosa sola con quelle primitive conche naturali, che furono poi ripetute ad arte entro i santuari.

Piovuta dal cielo o trasportata da una sacra fonte, una certa quantità d’acqua prodigiosa era depositata entro una conca rupestre, come in una vasca simbolica, gelosamente custodita sotto un edificio monumentale, nel quale si rivelò tutto lo sforzo di un’arte dalle secolari esperienze, ma ancora rude e incolta. Nella sacra cella forse il solo sacerdote scendeva ad attingere il magico elemento, dopo aver sgozzata in capo alla scala la vittima che il supplicante consacrava alla divinità, in quel vestibolo tutto adorno dei doni pii che la gratitudine dei risanati o la speranza dei sofferenti aveva deposti. I bronzi votivi sono infatti, il più delle volte, immagini di adoranti in solenne atteggiamento ieratico, quale forse il culto lo prescriveva, oppure raffigurati nel loro aspetto ed ufficio quotidiano, sia dai pastori sia, più spesso, di guerrieri armati di tutto punto. Nella grande rarità delle figure femminili, appare tanto più prezioso uno degli ‘ex-voto’ del tempio di S.Vittoria (a Serri, nota mia), che rappresenta una donna seduta con un fanciullo sulle ginocchia: non una dea, ma una madre: la madre grata al dio pel figlio risanato, oppure implorante la guarigione: un sorriso di amore fra un tumulo d’armi e d’armati, che richiama la scena di Ettore e Andromaca sotto le mura rumoreggianti di Troia…”

Nell’immagine: il bronzetto della madre con bimbo in grembo, in sovrapposizione alla foto aerea del pozzo sacro di S.Vittoria di Serri scattata da Maurizio Cossu.

 

[1] E.Pais, “Sull’etimologia della parola ‘nuraghe’”: appendice II allo studio “Sulla civiltà dei nuraghi e sullo sviluppo sociologico della Sardegna” Archivio Storico Sardo.

 

 

 

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