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Il mare di Nicola Porcu

di Giorgio Valdès

Nicola Porcu, caro amico recentemente scomparso, ma anche sommozzatore professionista ed appassionato come pochi della protostoria sarda, ha offerto uno straordinario contributo alla ricerca archeologica subacquea. La sua professionalità nel settore gli valse il titolo di Ispettore Onorario per l’Archeologia subacquea, conferitogli dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Cagliari ed Oristano nell’anno 1982. E’ sua la scoperta del porto sommerso do Melqart nella baia di Malfatano ed a lui si devono tantissimi ritrovamenti, spesso straordinari, nei tratti di mare prospicienti la costa e negli specchi acquei delle lagune, tra cui in particolare quella di Santa Gilla a Cagliari. In un passo del suo libro “Hic-Nu-Ra, racconto di un’altra Sardegna”, dedicato al sistema dei porti, degli approdi e dei nuraghi costieri, Nicola così scriveva:

“Il popolo nuragico aveva realizzato innumerevoli infrastrutture portuali ed era talmente esperto nella navigazione da poter dominare i mari, almeno a partire dal secondo millennio a.C. e sino a parte del primo. Le rappresentazioni in bronzo delle navi dimostrano che il naviglio nuragico era, in quel periodo, all’avanguardia. Addirittura gli architetti e i carpentieri sardi erano specializzati nella costruzione di imbarcazioni differenti a seconda delle esigenze e, probabilmente, sono stati i primi a realizzare navi a più file di remi. Immagino che la costruzione dei porti non dovesse rappresentare un’impresa complicata per gli ingegneri e gli architetti del tempo abituati ed abili a manovrare massi di enormi dimensioni. Questo spiegherebbe una caratteristica delle coste dell’Isola: sono totalmente ‘presidiate’. Intendo dire che in quarant’anni di ricerche subacquee ho potuto constatare che qualsiasi insenatura, qualsiasi riparo, qualsiasi spiaggia risulta controllata da nuraghi, spesso anche imponenti. Queste costruzioni sono presenti anche nelle isole di Carloforte, di Sant’Antioco, oltre che nell’isola di Maldiventre, in quella dei Cavoli a Villasimius e di Serpentari, nonostante queste ultime abbiano dimensioni poco più grandi di uno scoglio. Alcuni toponimi di porti nuragici da me studiati confermano la vocazione di questo popolo per il mare: ‘Nurajanna’ e ‘S’Enna’e S’Arca’, per esempio, vogliono dire in lingua sarda ‘nuraghe porta’ o ‘la porta della barca’ e indicano due delle migliaia di nuraghi costieri con relativo ridosso per il naviglio, legati al sistema della navigazione. I nuraghi disposti lungo la costa erano in collegamento tra loro, posizione che permetteva un controllo continuo delle imbarcazioni che viaggiavano nel mare sardo. Per esempio, una nave che partiva da Porto Pirastu di Capo Ferrato e doveva arrivare a Baccu Mandara di Jenn’e Mari, era monitorata costantemente durante la navigazione. Questa straordinaria organizzazione lascia intendere che questo popolo era capace di creare un complesso sistema insediativo collegato, lungo la costa, alla navigazione e supportato da un’eccezionale interconnessione tra la componente politica, economica, militare e religiosa. Una tale pianificazione, capillare e articolata nelle componenti strutturali (porti, approdi, nuraghi costieri, nuraghi non costieri ma in correlazione visiva sia con la costa sia con l’interno dell’Isola) è specchio dell’organizzazione di comunità sarde artefici di una civiltà che non ha eguali presso la maggior parte dei popoli del tempo. Tutto lascia pensare, quindi,  che nel secondo millennio a.C. e in parte del primo la Sardegna fosse la più grande potenza marinara del Mondo Antico…”

Ho voluto allegare l’immagine della spiaggia di Tuaredda, appena prima della baia di Malfatano (costa sud–occidentale), perché a sinistra della postazione da cui è stata scattata la foto, è presente il grande e omonimo nuraghe, attualmente coperto dalla terra e se non erro inserito in una proprietà privata, prospiciente un tratto di costa in cui, secondo Nicola, era ubicato un porto nuragico. Ques'ultimo era collegato all’entroterra tramite il rio che sbocca sulla spiaggia e che un tempo doveva essere navigabile o quantomeno utilizzabile per il traffico commerciale su chiatta. Tale presunta postazione portuale, che Nicola non ha purtroppo fatto in tempo ad indagare a fondo, era stata a suo giudizio abbandonata a seguito dell’innalzamento del livello marino. Al suo posto, per continuità operativa, era stato realizzato l’approdo di Melqart, anch’esso successivamente sommerso dalle acque.

 

 

 

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