down-arrow   I Monumenti adottati  



NEWSLETTER
Tieniti aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

> Leggi informativa sulla privacy




Le spade di Decimoputzu

di Giorgio Valdès

“Su Casteddu de Fanaris” si erge sull’omonimo colle in prossimità dell’abitato di Decimoputzu. Si tratta di  un complesso nuragico risalente alla tarda età del bronzo, composto da un poderoso mastio centrale circondato da otto torri e da un antemurale che comprende a sua volta cinque torri connesse da una muraglia megalitica. L’area circostante ed il complesso megalitico necessiterebbero sicuramente un accurato intervento di pulizia e di una campagna di scavi adeguata all’importanza del sito. Ma l’intero territorio di Decimoputzu meriterebbe un’indagine approfondita, per l’indubbia valenza che ebbe soprattutto in epoca nuragica, testimoniata in particolare dalle armi rinvenute nel ripostiglio di Monte Idda, colle ubicato appena più a sud del rilievo di Fanaris e nell’ipogeo di Sant’Iroxi. Dei bronzi di Monte Idda va doverosamente citato il resoconto fatto dal Taramelli che li scoprì un secolo fa (1915) , mentre dei ritrovamenti di Sant’Iroxi e delle spade sarde più in generale, ha riferito in particolare il professor Giovanni Ugas nel suo libro “L’alba dei nuraghi”. Libro da cui abbiamo tratto alcuni brani significativi:

“Conosciamo 13 spade in rame arsenicato della facies di sant’Iroxi grazie ai ritrovamenti dell’ipogeo ubicato nel sito eponimo di Decimoputzu. Queste spade sono connotate dalla lama perfettamente triangolare, da un lieve rigonfiamento mediano (…) e dal doppio filo, per cui potevano essere utilizzate da punta e da taglio. Sulla base semplice arcuata si osservano i rivetti per fissare l’elsa, in numero variante da cinque a sette. Un analogo manufatto da Maracalagonis indica che questo tipo di spada circolò anche in altre parti dell’isola. Si tratta delle armi dei primi spadaccini sardi, per il tempo di grande prestigio, portate verosimilmente dai capi guerrieri di una comunità. Erano forgiate in differenti moduli di grandezza. Da spade corte o daghe, di cm. 27,7 e cm 33, si passa ad esemplari di lunghezza media (cm 44 e cm 55), ad armi lunghe (cm 66 e cm 72). L’unità di misura metrica lineare è in piena sintonia con le misure di mattoni di fango (làdiris) nuragici e con l’unità ponderale di grammi 5,5 documentata in pesi e lingotti di periodi nuragici più recenti. Le affinità con i più antichi esemplari di spade argariche sottendono scambi di esperienze tra la Sardegna e la regione di El Argar, ma sul piano formale le armi di Sant’Iroxi denunciano la loro derivazione dai pugnali a base semplice arrotondata del campaniforme inornato sardo (esemplari di s’Acqua Bona di Quartu e di Cungiau de Marcu di Settimo San Pietro), dunque una matrice indigena. A ragione di ciò è più probabile l’origine sarda e non argarica delle spade a base semplice e doppio filo; anzi, al contrario, è possibile una derivazione delle più antiche spade argariche da quelle sarde. Vi è in ogni caso un cammino parallelo iniziale delle spade sarde e di quelle di El Argar, poiché in Sardegna come nella Penisola iberica si riscontra l’uso di spade a base semplice tendenzialmente ogivale ed espansa rispetto al profilo della lama. Questa relazione interessa anche, in modo marginale, l’Italia padana. Considerato che le analogie nel campo delle armi sarde si estendono anche ai pugnali del Midi francese, è evidente che proprio agli inizi del periodo nuragico esiste una relazione fortissima tra la Sardegna e le coste franco-iberiche, che necessariamente transita attraverso il ponte delle Baleari e della Corsica…”

“…La suggestione che nelle statue menhir della Corsica fossero rappresentati gli Shardana, per via della corazza e dell’elmo, coronato da due corna, cresce ulteriormente quando si tenga conto sia delle affinità delle spade disegnate negli stessi menhir e dell’ipogeo di Sant’Iroxi con le armi degli Shardana raffigurati al tempo dei re ramessidi, sia delle analogie con le spade dei principi delle ‘Isole nel cuore del Verde Grande’ raffigurati nelle tombe di Tebe del XV secolo a.C. Infatti, un’analoga spada a larga lama triangolare con elsa a lati concavi ed estremità lunata è impugnata sia da uno dei principi delle Isole dipinto negli affreschi del sepolcro di Senmut, vicerè di Ashepsut e di Tuthmosis III, sia da un inviato delle stesse isole e di Keftiu (Creta) con doni per Rechmira, dignitario di Tuthmosis III e di Amenophi II. Questi principi sono inviati dagli Shardana; come si evince dal fatto che, ancora agli inizi del XIII secolo, come aveva ben visto il Davies, i mercenari di Ramesse II facevano uso di identiche spade nella baddaglia di Kadesh (circa 1286 a.C.). E’ evidente che i principi degli Shardana che portano doni con gli inviati di Keftiu non sono né micenei, come pensava il Vercoutter, né Cretesi, come hanno ipotizzato il Nimeier e altri studiosi, perché costoro non usavano né tali spade né altre armi tipiche dei Popoli del mare, come lo scudo tondo e gli elmi cornuti, prima della fine del XIII secolo, bensì i Sardi, che avevano in comune con i vicini Corsi non solo le residenze fortificate, ma anche le armi; e che intorno al 1600 a.C. usavano già le spade a lama larga triangolare a doppio taglio, tipica dei formidabili schermidori di cui si servivano i sovrani del delta per difendere i loro interessi in Egitto e nelle loro province orientali”.

 

 

 

 

Inserisci un commento su Facebook