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Nuragici e Fenici

di Giorgio Valdès

Voler negare l’esistenza dei Fenici è un’accusa insensata che spesso viene rivolta a chi, come Nurnet, ripone invece principale attenzione sull’ancora più remota storia della Sardegna. Certo, vorremmo capire qualcosa di più sugli “uomini rossi” che provenivano da oriente, e in particolare se erano i “colonizzatori” di cui si parlava ( e spesso ancora si parla) nei libri di storia, o mercanti talmente abili da riuscire ad occupare con l’astuzia, o forse a barattare, le aree costiere di maggior pregio. Tra l’altro la controparte era un popolo con cui non era sicuramente agevole trattare, non essendo certamente impastato con “farina per ostie”, se è vero che qualche tempo più tardi (540 a.C.), le sue milizie avevano sconfitto e decimato l’esercito del generale cartaginese Malco che si racconta fosse composto da 80 mila uomini. Salvo che i Fenici non fossero emigranti di ritorno o meglio, secondo quanto afferma Dimitri Baramki, curatore del museo archeologico di Beirut, costituissero la progenie di una popolazione che non possedeva alcuna dimestichezza con la navigazione d’alto mare fino a che, nel XII secolo a.C., si fuse con gli invasori, normalmente definiti come “popoli del mare”, formando così una stirpe di esperti naviganti. Il ritorno alle terre da cui provenivano i loro antenati -dove avrebbero esercitato quelle attività commerciali nelle quali erano maestri-, si configurerebbe quindi come un’eventualità razionalmente sostenibile. Sarà un giorno la scienza a fornire una risposta definitiva a questo intrigante rebus, o almeno così auspichiamo. Nel frattempo, da semplici appassionati, ci siamo unicamente domandati cosa succedeva in Sardegna prima che arrivassero i Fenici, colonizzatori, emigranti di ritorno o pronipoti dei residenti che essi fossero, ventilando diverse e legittime congetture. Ma soprattutto abbiamo cercato di capire chi mai fossero quelle genti “incolte” che i libri di storia e i testi scolastici appena citavano, salvo addirittura omettere qualsiasi riferimento che le riguardasse? E infine come mai è stato possibile che dal nulla siano sorte strutture ingegneristicamente complesse come i nuraghi, tra l’altro talmente numerose da rendere quasi impossibile una loro reale classificazione. Se quindi la nostra Fondazione ha voluto incentrare l’attenzione sul periodo pre-nuragico e nuragico, non lo ha fatto per negare le vicende successive -perché è del tutto evidente che ogni popolo ha costruito la sua storia sugli avvenimenti, nessuno escluso, che hanno caratterizzato il suo percorso nel tempo-, ma più semplicemente per contribuire a stabilire il giusto  equilibrio tra le epoche di cui si è sempre ampiamente scritto e parlato ed un lontanissimo passato a lungo dimenticato se non addirittura sminuito e banalizzato. A parte dover considerare che le testimonianze materiali ereditate dal pre-nuragico e nuragico costituiscono un patrimonio la cui originalità o unicità, che dir si voglia, non può certamente essere oggetto di contestazione. Concludiamo queste brevi riflessioni con alcuni brani tratti dalle considerazioni sui nuraghi,  espresse una decina d’anni fa da Giovanni Lilliu:

“Il paesaggio sardo colpisce a prima vista per la pleiade di volumi fisici rotondi che si succedono in continuità insistenti, martellanti tanto da fissarsi nell’occhio e nella mente dei visitatori come elemento assolutamente caratteristico di una terra e d’una civiltà straordinarie, dall’apparenza mitica, come una sorta di simbolo e di bandiera d’un popolo. Questi volumi rotondi sono i volumi dei nuraghi. E i nuraghi significano fascino di Sardegna, oltre la natura vergine e sconfinata, oltre il mare. Già il fatto che ne abbiamo settemila (senza contare quelli distrutti) desta maggiore sorpresa. E’ un qualcosa per certi versi ancora misterioso e difficilmente esplicabile, questo pullulare di torri in ogni parte dell’isola, dalle coste alla montagna, in climi, morfologie, suoli ed economie diversi; questo adattarsi di una forma costruttiva rimasta nel nucleo simile a se stessa, a tanta varietà di contorno naturale e di uomini, e per lungo tempo. Evidentemente, una volta maturato, lo standard resse alla prova risultando perfettamente funzionale ai luoghi e ai bisogni differenti dei territori e alle stesse vicende storiche…”.

Nella foto di Antonio Malandrone: il nuraghe Is Paras di Isili.

 

 

 

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