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Nuraghi e Metalli

di Giorgio Valdès

A proposito dell’annosa diatriba sull’uso dei nuraghi, è interessante riportare alcuni spunti del parere espresso dall’archeo-metallurgo Claudio Giardino, in un suo commento al libro di Frau “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”.

In altre precedenti post  si era riferito dell’evidente infoltimento numerico dei nuraghi in prossimità dei corsi d’acqua, ciò che lasciava presumere una loro funzione di controllo dei collegamenti tra il mare e i territori dell’interno; collegamenti che verosimilmente avvenivano ricorrendo appunto ai numerosi rii e torrenti che di cui la Sardegna disponeva in abbondanza e che a quei tempi registravano portate idriche ben superiori alle attuali. E’ quindi ragionevole supporre che il monumento simbolo della nostra antichissima civiltà svolgesse differenti funzioni, compresa quella di presidio alle miniere ipotizzata da Giardino.

E’ ugualmente interessante osservare come Giardino accenni, nel suo articolo, alla possibilità di uno sviluppo economico del territorio attraverso lo studio e la valorizzazione dei tantissimi siti minerari presenti in Sardegna e soprattutto nel Sulcis Iglesiente. Su questo aspetto in particolare si è assolutamente concordi, se si considera la rilevanza storica delle nostre miniere in ambito europeo e l’opportunità di abbinare le affascinati testimonianze della loro ultramillenaria presenza sul territorio isolano alle tante e notorie eccellenze che la Sardegna è in grado di proporre al visitatore.

Scrive Giardino che nei tempi più antichi “la Storia era mossa dal possesso del rame e dello stagno, ieri da quello del ferro e del carbone, oggi dal petrolio. Molti dei nuraghi sono stati eretti per difendere gelosamente l’accesso alle ricchezze del sottosuolo e a quel know-how appreso e perfezionato nei secoli che rendeva i popoli di Ichnussa così diversi e progrediti –almeno tecnologicamente- rispetto ai vicini italiani, spagnoli e balearici. Nonostante l’evidente importanza della metallurgia nelle dinamiche di sviluppo dell’isola, gli studi archeologici hanno solo in parte affrontato sino ad ora questa importante problematica, forse anche per le difficoltà concrete di organizzare e coordinare in progetti ad ampio respiro e realmente multidisciplinari conoscenze tanto diverse, coniugando il mondo scientifico-tecnologico con quello storico umanistico. Ma purtroppo la realtà è complessa e multiforme, e mal si presta ad essere inquadrata nelle rigide classificazioni del sapere accademico tradizionale. Pochissimi sono tuttora in Sardegna gli studi concreti sulle antiche miniere e sui centri nei quali il minerale si trasformava in metallo, dove cioè avveniva il miracolo di trasformare col potere del fuoco e della conoscenza delle pietre colorate in ricchezza, potere e prestigio.”…”Dai libri di mineralogia ottocenteschi e da alcuni vecchi rinvenimenti (Giardino si riferisce qui all’Iglesiente) sappiamo che spesso, tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, i minatori si imbattevano nei resti del passato anche remoto. Perché non ricercare sistematicamente negli archivi degli enti minerari le memorie di questi rinvenimenti casuali, come descrizioni e piante, per poi studiarle con l’aiuto delle tecnologie attuali? La riscoperta delle antiche miniere, opportunamente valorizzate, contribuirebbe non poco, tra l’altro, a sviluppare economicamente il territorio di molti comuni. La Sardegna pone tanti stimoli a chi si occupa di metalli…Perché non cercare qui evidenze di una lega, il mitico oricalco, di cui gli antichi greci parlano come di un metallo prezioso e assai raro? L’oricalco è l’odierno ottone, una lega di rame e zinco, che sino alle soglie dell’età romana era considerato di notevole valore. “…” Nei musei potrebbero quindi celarsi oggetti di oricalco (ritenuti erroneamente di bronzo) che solo l’indagine archeometallurgica potrebbe rivelare, usando moderne tecniche non distruttive come la fluorescenza a raggi x che non danneggia affatto i preziosi reperti. Una simile scoperta dimostrerebbe ancora di più quanto la metallurgia sarda fosse avanzata, ben oltre di quanto attualmente si suppone…Del resto non bisogna dimenticare che il più antico uso del ferro nel Mediterraneo Occidentale si ha proprio in Sardegna dove risale all’Età del Bronzo. Collegata strettamente allo sfruttamento dei metalli è verosimilmente anche la navigazione, che permetteva anche di commercializzare le risorse all’esterno dell’isola, e che ci è attestata dalle tante ‘barchette nuragiche’…Non si devono trascurare gli stretti rapporti che legano la Sardegna e l’Etruria, rapporti che sono stati spesso trascurati o mal interpretati. La Sardegna, apripista nel Mediterraneo occidentale per l’impiego del ferro, ha certamente avuto un ruolo cruciale nella diffusione di questa rivoluzionaria tecnologia, proprio e soprattutto verso l’Etruria. Va ricordato come più tardi, in piena età etrusca, Populonia venisse considerata universalmente la Pittsburg dell’antichità, proprio per le sue industrie siderurgiche. Ma era debitrice, con ogni verosimiglianza, per le conoscenze di base ai sapienti metallurghi sardi della prima età del ferro, di cui ci restano probabilmente le tombe disseminate fra le Colline Metallifere ed il Tevere. Non sarebbe male, per comprendere cosa è realmente avvenuto in quel complesso periodo, e comprendere meglio la misteriosa storia etrusca riscavare anche nel passato della Toscana e dell’alto Lazio…”

La foto del nuraghe “Sa domu ‘e s’Orcu” di Domusnovas è di Stefania Garau (yaste).

 

 

 

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