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La grande Spiritualitŕ del popolo nuragico.

 La grande Spiritualità del popolo nuragico.
di Mlqrt Re.


“Alla metà del secolo XVI Sigismondo Arquer, in Sardiniae brevis historia et descriptio, tabula chorographica insulae ac metropolis illustrata (Cosmographia Universalis di S. Münster), tra le curiosità della Sardegna, descrive, per primi, i nuraghi. Antichissime rovine – egli dice – costruite a somiglianza di torri rotonde, ristrette in alto, fatte di grossissimi sassi, presentano porte strettissime e, dentro lo spessore del muro, scale che portano alla sommità. Le rovine che gli abitanti dell’isola chiamano nuraghos, a forma di fortezza sono forse resti delle opere di Norax, il dux venuto in Sardegna con gli Iberi-Hispani [...]".

Perché costruire torri così complesse? Cosa spingeva un popolo considerato ‘primitivo’ a costruire edifici conici costituiti da massi enormi, di dimensioni sempre più decrescenti verso l’alto, retti miracolosamente in perfetto equilibrio pur senza l’ausilio di malta, grazie all’attrito esercitato l’uno sull’altro. E all’interno, oltre la camera circolare, altri vani come nicchie, cellette, anditi, camere superiori e anche scale e terrazze, quasi sempre, completavano l’opera. Allora, siamo davvero sicuri che fossero primitivi? E la loro spiritualità? Se essa è sviluppata, la storia insegna che maggiori sono le possibilità di una civiltà di durare a lungo nel tempo. La civiltà nuragica è durata oltre un millennio (forse 1500 anni), a ben vedere, e la sua spiritualità era ‘incredibilmente’ sviluppata. Il culto dei morti, l’animismo ed il naturalismo (adorazione della Natura: animali, alberi, pietre considerate abitate dagli spiriti) propri della religione prenuragica, rivivono in quella nuragica unitamente alla credenza nella rigenerazione e resurrezione [1].
Ai tempi d’oggi non è possibile ritrovare in nessun popolo occidentale niente di simile. Carl Gustav Jung se ne rese conto e ci lasciò a proposito il suo pensiero: “il tuono non è più la voce di un dio furente né il fulmine è l’arma della sua vendetta. Nessun fiume contiene uno spirito né l’albero è il principio vitale di un uomo, i serpenti non sono personificazione di saggezza né alcuna grotta di montagna è dimora di grandi demoni. Nessuna voce parla più all’uomo, oggi, venendo da pietre, piante o animali, né l’uomo si rivolge ad essi convinto che lo possano udire”.


Oggi, per certi versi pare strano parlare di religioni sciamaniche ed animiste, queste tuttavia non sono fenomeni folkloristici esclusivi di società tribali, lontane anni luce dalla nostra cultura, tutt’altro, e anche le nostra religiosità ha le stesse origini. Il nuraghe di allora era l’axis mundi nel quale le sacerdotesse nuragiche sapevano percorrere il viaggio verso lo stato di estasi per la comunicazione con il Divino. L’animismo, espresso nella religione primitiva prenuragica nella forma dei menhirs o perdas fittas, trova nella religione nuragica, una concreta espressione nei betili (case del signore) situati in prossimità delle tombe dei giganti. Si tratta di pietre di forma conica o troncoconica che, come fa intuire il nome, erano considerate sedi delle divinità e dovevano proteggere i defunti. [2]
Ma il culto principale dei nuragici era quello delle acque (piovane, di vena, di fonte ecc.) e del dio toro, culti entrambi legati alla Luna e ai suoi cicli e testimoniati dai templi a pozzo e pozzi sacri. Detti dispositivi erano costituiti, in genere, da una camera contenente l’acqua, alla quale si accedeva per mezzo di una scala, formata di una rampa di gradini (ancora l’axis mundi dello ierofante) e di un vestibolo all’esterno ed al livello del suolo ove il sacerdote o la sacerdotessa celebrava la funzione e si raccoglievano le offerte. [3]
Animismo, naturalismo e magia, tipiche espressioni della civiltà prenuragica e nuragica, confluiscono all’inizio del periodo storico, nella figura del Sardus Pater, la cui immagine troviamo coniata nelle monete romane del propretore Atius Balbus, nel sec. I a.C. Non sappiamo con esattezza se si trattasse di una divinità sarda o punica, ma pare si debba escludere che fosse venerato dai Protosardi come un padre. Sardus Pater significherebbe semplicemente Sardus Nume, ossia un dio venerato dai sardo-punici. Si tratta del Sardopatore venerato nel tempio che sorgeva presso il Capo della Frasca, forse nei dintorni di Nabui (Santa Maria di Neapolis) presso il Golfo di Oristano. [4]


Ma è nella musica delle launeddas e soprattutto nel canto che si distingue l’arte spirituale nuragica. Nell’arte arcaica di saper cantare a 4 voci (saper "pesare una vohe") ancora oggi emerge l’antica spiritualità dei sardi nuragici. Il "bassu" e la "contra" utilizzano tecniche di "canto armonico" molto simili alle tuvane "Kargyraa" e "Borbangnadyr. D'altronde anche in Tuva, secondo leggende locali, si cominciò a cantare utilizzando la tecnica Khomei per stabilire un contatto con le entità spirituali che pervadono tutte le cose ed acquisire la loro forza attraverso l'imitazione dei suoni naturali. [5] “ Esiste un punto in cui l’armonia musicale e quella spirituale convergono”. [6]
E’ infatti il suono che crea le forme e mantiene “in forma” lo stato materiale dell’universo. Se il grado di intensità dei suoni che tengono unito l’universo dovesse cambiare, ogni cosa si disintegrerebbe nelle molecole che la compongono. Anche la maggior parte delle antiche scritture sostiene questa tesi, ossia che è un suono di base e quindi una vibrazione che genera tutto il creato, e dunque la materia (“all’inizio fu il verbo”). Suono che fa si che ogni galassia continui a volteggiare girando come una trottola (spin) e che ogni particella atomica continui a vibrare. [7]

Benché la civiltà nuragica si sia estinta con l’avvento delle colonizzazioni provenienti da levante e con la repentina successiva romanizzazione, la spiritualità del popolo sardo, nelle sue forme primordiali confluenti nello sciamanismo e nell'animismo, prosegue ancora oggi attraverso rituali capaci di ricollegarci alle nostre radici ancestrali

 

 

 

(1-2-3-4) Giuseppe Struglia, Sardegna Nostra -Compendio di Storia della Civiltà Sarda- 1975- Fossataro.
(5) A.VV., La musica sarda (con saggi di D. Carpitella- P.Sassu- L. Sole)
(6) Pitagora, la musica delle stelle.
(7) Il suono come coscienza- Mariarosa Genitrini, Bhola Nat Banstola.

 

 

 

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